Il ristorante Savini in Galleria Vittorio Emanuele è uno dei locali più rinomati ed esclusivi di Milano; propone, in chiave gourmet, piatti della tradizione italiana e chi siede ai suoi tavoli si aspetta la massima qualità e prodotti freschissimi. Inevitabilmente, quindi, quando il 10 settembre del 2012 i vigili dell’Annonaria scoprirono, durante un controllo a sorpresa, che non vi era totale corrispondenza tra quanto scritto in menù e quanto servito, la storica insegna finì su tutti i giornali. Ora, con una sentenza della Cassazione - pubblicata nei giorni scorsi - si è chiuso, con una condanna a 4 mesi, il procedimento di frode in commercio.

Prodotti congelati spacciati per freschi

Secondo i pm, in seguito al blitz dei vigili del 2012, il ristorante Savini serviva per freschi prodotti in realtà congelati e non forniva, quindi le adeguate avvertenze ai clienti.

Così, dopo un procedimento lungo 6 anni, la Cassazione ha deciso di condannare a 4 mesi di reclusione Giuseppe Gatto, 66enne che, nel 2010, con il figlio Sebastian ha rilevato lo storico ristorante di via Foscolo 5.

All'epoca dei fatti Gatto era presidente del Consiglio di Amministrazione del locale (organizzato, dal punto di vista fiscale, come una Srl).

Secondo la ricostruzione dei giudici, i menù non erano sufficientemente chiari in quanto, relativamente ai prodotti congelati, riportavano, a margine delle pagine di presentazione del ristorante, due note.

Nella prima nota si informavano i gentili clienti della possibile presenza di prodotti surgelati all’origine o, in alternativa, congelati in loco (attraverso il metodo di abbattimento rapido di temperatura), nel pieno rispetto delle procedure di autocontrollo disciplinate dal regolamento.

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CE 852/04. Nella seconda "avvertenza" si invitano gli avventori a rivolgersi al responsabile di sale per avere ulteriori informazioni relative ai prodotti serviti.

Diritto all'informazione non rispettato

I giudici al processo di primo grado, però, hanno ritenuto insufficienti i metodi utilizzati per assicurare una puntuale informazione relativamente alle qualità dei prodotti venduti. La conformazione grafica del menù, dunque, non è stata ritenuta adeguata in quanto le note potevano facilmente sfuggire all'attenzione del clienti.

Ma non solo. La presentazione dei piatti nel menù ed i loro prezzi, unitamente alle precise caratteristiche di ristorazione d’élite, inducevano l'avventore a ritenere che i prodotti fossero freschi.

La famiglia Gatto aveva presentato ricorso, ma è stato inutile. Sia la Corte d'Appello che la Cassazione hanno, infatti, stabilito che non è stato rispettato il diritto all'informazione del consumatore e la vicenda si è chiusa con una condanna a 4 mesi di reclusione, con pena sospesa.

Lo scorso anno, anche il bistrot torinese di Antonino Cannavacciuolo era finito nell'occhio del ciclone, oltre ad una denuncia per frode in commercio, lo chef stellato ha dovuto pagare una multa (1.500 euro) per via di alcuni errori nel sistema di tracciabilità delle materie prime utilizzate.

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