Continua ad essere molto tesa la situazione in Libia, Paese le cui vicende sono seguite molto da vicino in Italia, anche per il fatto che costituisce il principale punto di partenza dei migranti, sulle cui modalità di accoglienza si è dibattuto ferocemente negli ultimi mesi. A Tripoli, già dal 27 agosto, sono in corso scontri armati tra gruppi ostili al governo di unità nazionale, guidato da Fayez al-Serraj e che ha sede in città, e milizie locali a lui fedeli. A causa del lancio di razzi e del verificarsi di ripetuti scontri a fuoco, è stato anche deciso di chiudere per 48 ore l'aeroporto internazionale della città libica, con i voli che sono stati dirottati su Misurata.

L'ambasciata italiana possibile obiettivo di un attacco

Secondo il sito Lybia Times, i due missili Grad che hanno colpito rispettivamente il quarto piano dell'Hotel al-Waddan e un'abitazione all'alba del 1 settembre, avrebbero in realtà avuto come obiettivo la vicina ambasciata italiana e gli uffici del primo ministro al-Serraj, situati su al-Sikka Road. In base alle testimonianze raccolte da Lybia Times, pare che uno dei due missili abbia mancato soltanto 'di pochi metri' l'ambasciata italiana. Rimane sconosciuta l'identità del gruppo che ha sferrato l'attacco, ma sempre la medesima fonte indica come possibili responsabili la Settima Brigata di Tarhuna o altre milizie con base nelle caserme Hamzah, nella parte occidentale di Tripoli.

Dal 27 agosto almeno 39 morti, molti sono civili

Ferma condanna per il continuo innalzarsi del livello degli scontri è stata espressa, da parte dei governi di Francia, Usa e Regno Unito, oltre che in una nota diffusa dal ministero degli Esteri italiano. Nella medesima nota, si mette in guardia chi stia eventualmente cercando di indebolire 'le legittime autorità libiche' (ovvero il governo di al-Serraj, che gode dell'appoggio delle Nazioni Unite), ricordando che chiunque comprometta la sicurezza di Tripoli o in generale del territorio libico sarà chiamato a prendersene la responsabilità.

Dal 27 agosto ad oggi, secondo il ministero della salute del governo di unità nazionale libico, le vittime degli scontri armati sarebbero 39. L'organizzazione no-profit Human Rights Watch, poi, stima che di questi morti almeno 18 fossero civili e 4 di essi bambini. Infine, centinaia di migranti, trattenuti in centri di detenzione situati in zone interessate dagli scontri, sarebbero stati spostati in altri luoghi.

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