Il Terremoto di magnitudo 7.5 della scala Richter che ha colpito la penisola di Minahesa, nella parte settentrionale dell'isola di Sulawesi, in Indonesia, ha provocato, per il momento, 384 morti e un numero imprecisato di dispersi, presumibilmente ancora centinaia.

Palu, la capitale della provincia indonesiana di Sulawesi, ha subito l'impatto maggiore, sia del terremoto che dello tsunami. Le onde anomale sono penetrate nell'entroterra della città poco dopo la scossa principale, avvenuta alle 18,02 (ora locale). Il terremoto più forte era stato preceduto, 3 ore prima, da una scossa di magnitudo 6.1, che aveva provocato un morto e 10 feriti.

Grave bilancio del terremoto in Indonesia

Le immagini di devastazione che arrivano dal web sono terribili, soprattutto quelle che ci arrivano da filmini amatoriali girati da persone che assistono inermi e terrorizzate alla devastazione della loro città.

Le autorità indonesiane, per il momento, riferiscono di almeno 384 morti e 540 feriti, ricoverati per motivi più o meno gravi. Migliaia, invece, gli edifici distrutti dalla fortissima scossa che ha avuto un run up massimo di 6 metri, in alcune zone.

L'Agenzia meteorologica avverte che il bilancio potrebbe ulteriormente aggravarsi nel corso delle prossime ore. Tanto più che il buio della seconda notte dopo il sisma rende notevolmente più difficili le operazioni già complicate da black-out dell'energia e nelle comunicazioni.

Dopo il terremoto crollano le mura del carcere, centinaia di detenuti in fuga

A seguito del terremoto principale di magnitudo 7.5 della scala Richter sono crollati molti edifici nella capitale della provincia indonesiana di Silawesi, Palu.

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Terremoto

Fra questi anche il carcere, secondo quanto sostenuto dai media locali.

Nella struttura vi erano almeno 560 persone detenute. Più della metà di queste sarebbero scappate, dopo il cedimenti di alcune pareti portanti dell'edificio.

La testimonianza del guardiano del carcere

Il guardiano del carcere, Adhi Yan Richo, si esprime così in merito alla faccenda: "Non è facile per le guardie armate fermare la fuga di detenuti quando vi è la preoccupazione per la propria stessa vita, in una circostanza come questa.

Le guardie erano talmente spaventate che pensavano a salvare loro stesse piuttosto che pensare ai detenuti in fuga". Richo aggiunge che non vi è al momento un piano preciso e immediato di ricerca dei fuggitivi, in quanto molti uomini della sicurezza e della polizia sono loro stessi impegnati nelle operazioni di ricerca e salvataggio a seguito del terremoto e del conseguente tsunami.

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