Il 25 novembre 2020 passerà alla storia come il giorno in cui Diego Armando Maradona è stato strappato alla vita. Un arresto cardiocircolatorio ha posto fine all'esistenza terrena di uno che, con la palla al piede, ha sempre dato l'idea di essere immortale. La venerazione che si aveva e si ha di lui a Napoli e in Argentina è solo una testimonianza parziale di quanto quel mancino sia diventato patrimonio del mondo intero. Ciò che ha sollevato discussioni è stata la valutazione della sua condotta fuori dal campo. Ed è destinato a fare discutere l'editoriale che Alessandro Sallusti firma su Il Giornale il giorno dopo.

C'è, in particolare, un passaggio in cui il direttore descrive quelli che, a suo avviso, sarebbero i connotati del personaggio. "Maradona - ricorda - era Maradona, cioè un imbroglione, drogato, evasore fiscale e pure comunista con l'unico pregio, non irrilevante, di saper giocare a pallone da Dio".

Editoriale di Sallusti su Maradona: le due dimensioni del campione

Nelle parole di Alessandro Sallusti trovano perciò posto le due dimensioni che da sempre hanno contraddistinto la vita di Diego Armando Maradona. Incontenibile, immarcabile e probabilmente irripetibile dentro al campo. Fallace, in talune occasioni incapace di resistere alle tentazioni e finanche debole nella vita. Una contrapposizione tra l'essere qualcosa di quasi trascendente all'interno di un rettangolo verde e l'apparire ineluttabilmente umano quando vicino non aveva una palla che rotolava e migliaia di persone pronti a farsi incantare dalle sue giocate.

Quello di Sallusti è un editoriale che mira ad esaltare quanto il Pibe de Oro è riuscito a fare per lo sport più popolare al mondo. Al punto che sottolinea come il brand Maradona applicato al calcio rappresenti il massimo grado possibile di prestigio. Concetto esplicato paragonando il cognome del calciatore argentino ai maggiori marchi come Coca Cola per le bibite, Rolex per gli orologi e Ferrari per le auto.

Sallusti sottolinea la vita vissuta al massimo

Sallusti mette in evidenza, inoltre, come sia riuscito a vivere " fin troppo a lungo per quanto intensamente aveva sfidato la morte con i suoi vizi e i suoi eccessi in ogni campo". Il paradosso sottolineato dal direttore de Il Giornale che se non avesse vissuto la sua vita al massimo come ha fatto forse "non sarebbe - scrive diventato ciò che è diventato".

Quasi come se la sua straordinarietà calcistica dipendesse anche dal suo modo di essere sopra le righe fuori dal campo.

Anche perché vuole rimarcare Sallusti: "la benzina della sua genialità calcistica non erano certo metodo e applicazione".

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