Il 25 novembre di ogni anno si celebra la giornata dedicata alla lotta contro la violenza sulle donne, un momento di riflessione che nella cultura italiana è abbastanza recente e che tutti associano alla famosa immagine delle scarpe rosse. Tutta la consapevolezza sulla violenza di genere contro le donne è un traguardo conquistato con fatica, basti pensare che ancora nel 1981 vigeva il “matrimonio riparatore”. Una nuova conquista contro la violenza di genere riguarda il linguaggio giornalistico oggi più attento grazie alla volontà dell'Ordine dei Giornalisti di bandire dagli articoli termini e stereotipi offensivi.

C'è una parola importante però che è stata diffusa proprio dalla stampa e che è stata cruciale nella cultura a favore delle donne: si tratta del termine femminicidio.

Chi ha inventato la parola femminicidio

La stampa ha divulgato questo termine, ma “femminicidio” è un neologismo (cioè una nuova parola entrata nel vocabolario) che non è stata creata dalla stampa. Femminicidio "nasce" negli anni ’90 e sono state due studiose a inventarlo, la docente di Studi Culturali Americani Jane Caputi e la criminologa Diana E. H. Russell. Questo sostantivo è usato abitualmente oggi, ma cosa significa precisamente? Quandola cronaca titola femminicidio sta raccontando dell'assassinio di una donna per un movente preciso, il pregiudizio di genere. La parola "femmini-cidio" rappresenta in qualche modo il femminile di omicidio (omi-cidio), e sottolinea la violenza sulle donne causata dall'odio o dal mancato riconoscimento del loro valore.

Negli anni chi si è occupato di cronaca lo ha tradotto e usato nei testi del web e negli articoli dei giornali, nei tg e nelle trasmissioni televisive e radiofoniche: diffondendo questa parola i giornalisti e le giornaliste hanno anche contribuito a cambiare la forma mentis dei lettori, mostrando loro un nuovo concetto di mondo, un mondo in cui esistono alcune vittime, le donne, che sono maltrattate in quanto "femmine", in quanto di "sesso femminile".

Un nuovo modo di raccontare la violenza sulle donne

Così come la parola femminicidio ha cristallizzato nella coscienza e nella mente dell’opinione pubblica che esiste un delitto di genere (diverso concettualmente per esempio da un assassinio per motivi di denaro) anche altre parole possono comunicare nuove idee. Tutto il linguaggio contribuisce a creare immagini mentali e opinioni sul mondo che ci circonda, sui fatti e sulle persone.

Il linguaggio però, talvolta, rischia anche di recare danni all'immagine dei protagonisti di un fatto di cronaca. Consci della potenza delle parole, la deontologia del giornalismo italiano introdurrà, dal 1 gennaio 2021, il criterio del "rispetto delle differenze di genere", un criterio da seguire nella stesura degli articoli di cronaca. Rimarcare l'importanza di un linguaggio rispettoso delle donne è un aspetto da non sottovalutare: il giornalismo racconta gli accadimenti, "i fatti", le "notizie", ma nel raccontarli può trasmettere giudizi, valori, credenze. Per questo motivo ai giornalisti e alle giornaliste la nuova deontologia chiede di non usare stereotipi, pregiudizi o espressioni che in qualche modo sminuiscano la vittima.

I giornalisti faranno formazione per raccontare la violenza sulle donne rispettando la vittima

Affinché chi commenta in tv, scrive sul web o fa cronaca sulla carta stampata non descriva scorrettamente i casi di violenza sulle donne, sono stati messi a disposizione dei giornalisti aggiornamenti formativi online che mirano a far riflettere su tutti quei casi in cui la stampa e il web sono stati poco attenti al genere femminile, ricorrendo al titolo d’effetto o inserendo keyword indicizzate dai motori di ricerca solo per innalzare il livello d’attenzione, ma rischiando al contempo di dare giudizi sottesi. Parole quali “baby squillo" o “prostituta uccisa" (parole scritte e usate spesso nei titoli) non saranno più tollerate. Perché? Il motivo è che questi termini circostanziano il background della donna aggredita con aspetti accessori, rischiano di giustificare il delitto, ledono l'immagine della vittima.

In sintesi, il percorso culturale da intraprendere è quello di scegliere frasi e parole che "proteggano" le vittime, per non cadere nella cosiddetta doppia vittimizzazione, per evitare cioè che la vittima sia offesa la seconda volta dalla cronaca e dall’opinione pubblica.

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