Un giudice del tribunale federale ha stabilito che Google non potrà rimettere in discussione alcuni fatti fondamentali già accertati in un precedente processo legato al suo dominio nel settore ad tech. La decisione consolida la posizione delle aziende private che hanno intentato cause antitrust contro il colosso di Mountain View, riducendo i margini di manovra e le possibilità di dilazione dei tempi processuali da parte della società.
La pronuncia si fonda sul principio giuridico dell’issue preclusion – o collateral estoppel – che vieta di riaprire questioni già definitivamente decise in un altro procedimento.
Secondo questa dottrina, determinati fatti accertati in un processo diventano vincolanti anche in cause successive che riguardano le stesse materie.
I fatti ormai considerati accertati
Il tribunale ha stabilito che Google deve considerare come veri i seguenti elementi:
Esistenza di due mercati distinti nell’ad tech: i server pubblicitari per editori (publisher ad servers) e le piattaforme d’asta (ad exchanges), con portata globale (esclusi Paesi come Cina o Iran).
L’adozione da parte di Google di pratiche anticoncorrenziali illegali, tra cui il tying, ossia l’obbligo imposto agli editori di utilizzare DFP (DoubleClick for Publishers) per poter accedere alla piattaforma AdX, nonché l’uso di politiche come “First Look”, “Last Look”, “Unified Pricing” e “Dynamic Revenue Share”.
Il precedente della Virginia
La decisione di New York si inserisce nel solco della sentenza emessa il 17 aprile 2025 dal giudice Leonie Brinkema nel distretto orientale della Virginia, che aveva riconosciuto come Google avesse detenuto e mantenuto una posizione dominante nei mercati dei publisher ad server e delle ad exchange, in violazione delle sezioni 1 e 2 dello Sherman Act.
In quel caso, la corte aveva invece respinto la tesi dell’esistenza di un mercato separato per le reti pubblicitarie lato inserzionisti.
Quote di mercato e strategie
La corte della Virginia aveva definito due mercati rilevanti:
quello dei publisher ad servers, dove Google detiene oltre il 90 % tramite DoubleClick;
quello delle ad exchanges, dove AdX gestisce tra il 55 % e il 65 % delle transazioni, mantenendo un take rate del 20 % – più del doppio rispetto ai concorrenti – per oltre un decennio.
Secondo la sentenza, Google ha mantenuto tali posizioni dominanti attraverso strategie di tying e pratiche come First Look, che garantiva priorità alle offerte della sua piattaforma, e Last Look, che le permetteva di replicare alle offerte concorrenti.
Le “Unified Pricing Rules”, infine, avrebbero limitato la possibilità per gli editori di adottare politiche di prezzo alternative.
La fase dei rimedi
Con l’accertamento delle violazioni, si apre ora la fase dei rimedi.
Il Dipartimento di Giustizia (DOJ) ha chiesto che Google ceda parti del proprio comparto ad tech, in particolare Google Ad Manager, che comprende DFP e AdX, oppure che accetti rimedi comportamentali volti a limitare l’abuso di potere di mercato.
Il processo sui rimedi è stato fissato per il 22 settembre 2025, ma Google ha già annunciato ricorso e proposto soluzioni alternative, come una maggiore condivisione dei dati con i concorrenti.
Nuove azioni legali: il caso OpenX
Nel frattempo la società adtech OpenX ha intentato una causa separata in Virginia, accusando Google di aver adottato pratiche anticoncorrenziali che ne avrebbero ostacolato la crescita e contribuito alla chiusura della sua attività nel 2019.
L’azienda chiede risarcimenti, un processo con giuria e un’ingiunzione permanente contro Google.
Impatto e prospettive
Le pronunce di New York e Virginia rappresentano un doppio colpo per Google.
Grazie al principio dell’issue preclusion, i querelanti privati non dovranno più dimostrare nuovamente la struttura di mercato o la natura abusiva del comportamento di Google, riducendo tempi e costi processuali.
La decisione accelera la possibilità di ottenere risarcimenti e di applicare rimedi strutturali, confermando la tendenza bipartisan negli Stati Uniti a contrastare le grandi piattaforme digitali e a limitare il potere dei loro ecosistemi integrati.
Le implicazioni potrebbero estendersi ben oltre il mercato della pubblicità digitale, interessando anche altri giganti tecnologici come Meta, Amazon e Apple, già sotto inchiesta.
Le reazioni di Google
In una nota ufficiale, Google ha dichiarato che "abbiamo vinto metà del caso e faremo appello", sottolineando come gli editori "scelgano i nostri strumenti per la loro semplicità ed efficacia".
Nonostante ciò, le autorità americane mostrano una crescente determinazione nell’imporre limiti alle strutture verticalmente integrate e nell’applicare sanzioni mirate per ripristinare la concorrenza.
Un futuro in evoluzione
La vicenda segna un punto di svolta nel settore dell’ad tech e, più in generale, nel business digitale.
Le aziende concorrenti potranno contare su un contesto legale più favorevole, mentre le autorità antitrust avranno strumenti più efficaci per garantire mercati trasparenti e competitivi.
Per Google e per l’intero ecosistema tecnologico globale, si apre una nuova fase di ridefinizione delle regole del gioco.