Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo Borsellino, ha rilasciato nuove e significative dichiarazioni in merito alle circostanze che portarono all'uccisione del magistrato nella strage di via D'Amelio, avvenuta il 19 luglio 1992 a Palermo. Secondo le sue affermazioni, il fratello fu assassinato «per evitare che testimoniasse che qualcuno dei suoi compagni di gioventù aveva partecipato insieme con Stefano Delle Chiaie alla preparazione della strage di Capaci».
Nel suo intervento, Salvatore Borsellino ha descritto questo periodo come la «stagione più nera» della storia italiana, collegando i depistaggi di Stato a un «vero e proprio depistaggio istituzionale» che, a suo avviso, sarebbe condotto da una commissione parlamentare Antimafia.
Questa commissione, ha sostenuto Borsellino, mirerebbe a «cancellare la presenza dei servizi nelle stragi nel nostro Paese» e ad attribuire la strage di via D'Amelio a un «fantomatico dossier mafia-appalti» che, a suo dire, «mai avrebbe potuto giustificare l'accelerazione di questa strage».
Le scoperte di Paolo Borsellino e i depistaggi
Salvatore Borsellino ha rivelato di aver a lungo creduto che l'assassinio del fratello fosse collegato alla trattativa Stato-mafia, un evento che «c'è effettivamente stata». Tuttavia, ora ritiene che Paolo Borsellino sia stato ucciso «per fare in modo che non rivelasse all'autorità giudiziaria quello che aveva scoperto in quei giorni». In particolare, il giudice avrebbe avuto informazioni sulla partecipazione di un suo compagno di gioventù del Fuan, insieme a Stefano Delle Chiaie e Mariano Tullio Troja, nella preparazione della strage di Capaci.
Borsellino ha evidenziato come il fratello «non venne mai chiamato a Caltanissetta, lui che era l'unico che aveva letto in vita il diario di Giovanni Falcone, sarebbe in grado di andare raccontare quanto aveva rivelato Lo Cicero, ossia la presenza di un suo compagno di gioventù del Fuan, andato a trovare insieme Delle Chiaie e Mariano Tullio Troja».
Secondo Salvatore Borsellino, la scomparsa dell'agenda rossa del magistrato divenne «indispensabile» per nascondere la verità. L'agenda rossa è considerata la «scatola nera della strage di via D'Amelio», e se il suo contenuto fosse venuto alla luce, la verità «non si potrebbe più nascondere».
La ricerca di giustizia e verità a 34 anni dalla strage
La strage di via D'Amelio, avvenuta il 19 luglio 1992 a Palermo, costò la vita al magistrato Paolo Borsellino e a cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
A 34 anni dall'attentato, Salvatore Borsellino ha ribadito con forza che «non abbiamo ancora ottenuto giustizia e verità». Ha denunciato il moltiplicarsi dei depistaggi, inclusi quelli «istituzionali», attribuiti alla Commissione nazionale antimafia.
Ha inoltre criticato il tentativo di separare la strage di via D'Amelio dalle altre stragi e di attribuirne la causa a un dossier mafia-appalti. Per Salvatore Borsellino, tale azione rappresenta la volontà di «cancellare le tracce dell’eversione nera, che invece è da considerare un filo conduttore» tra gli eventi stragisti nel Paese. Commentando la situazione della criminalità organizzata a Palermo, ha sottolineato l'importanza della prevenzione rispetto alla repressione e la necessità di non privare i magistrati degli strumenti essenziali nella lotta alla mafia.