E’ stata la volta della studiosa Vania Viola per la presentazione di un libro di grande interesse sia storico che letterario. L’autore è uno scrittore ebreo di grande fama ‘Amos OZ’
Parlare di Amos Oz è anche facile per la strepitosa carriera letteraria che ha percorso. Ha scritto 18 libri in ebraico e circa 450articoli e saggi. Tradotto in 30 lingue. Molto noto in Germania, dove ha vinto nel 2005 il Premio Ghoethe alla Carriera, premio prestigioso assegnato solo a Sigmund Freud e a Thomas Mann, nel 2008 il premio H. Heine della città di Dusseldorf, nel 2010 in Italia ha vinto la prima edizione del Premio Salone Internazionale del Libro, attraverso il voto elettronico dei visitatori.
Ma al di là dei premi, per chi conosce la nouvelle letteratura ebraica, con scrittori del calibro di David Grossman , o più giovani come Etgar Keret, (e d’altronde l’amministrazione anconetana, ha dedicato a tale narrativa e alla neo produzione cinematografica una sezione del Festival del Mediterraneo di due anni fa), sa bene che la narrativa di Amos Oz è particolare perché si muove sull’onda del ricordo di fatti che risalgono alle origini del neo stato ebraico, negli anni dopo il ’48 quando tutto era da costruire, ma c’era nell’aria la voglia di riscatto e la gioia di un nuovo inizio.
Era per il popolo ebraico come una nuova palingenesi, e pur nella consapevolezza di essere sempre nel mirino, c’era l’ardore di una nuova rinascita.
Vania Viola ha ricordato giustamente come lo stesso Amos Oz rievocasse la scritta presente sui muri, negli anni in cui era ragazzo, ‘Ebreo, ritornatene in Giudea!’ e la paragonava con le scritte indecenti degli anni del nazismo quando invece si trovava sui muri ‘Ebreo, tornatene in Palestina’
Va ricordata la vicenda biografica dello scrittore che a tredici anni perde la madre la quale si toglie la vita lasciando il ragazzo in uno stato di disperazione irreparabile e va anche sottolineato che le persone che si troveranno a dover ricominciare daccapo in una terra inospitale e sotto il tiro dell’odio palestinese, non erano persone comuni. Il padre di Amos OZ era un uomo che leggeva sedici lingue e ne parlava 11, la madre che scomparirà in circostanze drammatiche ne parlava sette.
Dunque una narrativa che affiora da vicende di sofferenza straordinaria e insieme da uomini di grande conoscenza del mondo e delle sue perversioni.
Il libro ‘Il monte del cattivo consiglio’ si compone di tre novelle. La prima si può considerare la prima stesura di ‘Una storia di amore e di tenebra’ , rievoca gli anni dell’infanzia con un padre veterinario, un bambino e una madre enigmatica e sempre sofferente, la seconda ‘Il Signor Levi’ è imperniata sulla descrizione del quartiere in cui vive, popolato da figure singolari, provenienti dai posti più disparati del mondo, dall’Ucraina alla Polonia, dalla Lituania alla Russia, la terza ha come protagonista un medico malato di cancro, giunto allo stadio terminale, che scrive lettere a una sua vecchia innamorata.
Atmosfere particolarissime, che certamente si sono perse.
Il palazzo del cattivo Consiglio, dove si ambienta la prima novella, altro non era che la residenza inglese, dove si terrà quel fatidico ballo che ha un ruolo centrale nella novella . La residenza inglese sembra fosse stata costruita nel luogo dove si trovava anticamente la casa di campagna di Kaifa, nel quale si riunì il sinedrio che decise la morte per croce di nostro Signore .
La storia, come voleva Nietzche, come sempre si ripete.
Ricordo l’ultimo incontro sempre di giovedi presso Palazzo Camerata il 21 marzo con ‘Neruda, quando le parole e la musica diventano emozioni’ Questa volta accanto alla conferenza ci sarà la musica di Grazia Barboni e il recital di Milena Costantini. Un pomeriggio da non perdere.
Elisabetta Marchetti