Anche quest'anno il Miart ha aperto i battenti in un'edizione diretta da Alessandro Rabottini e curata da Fiera di Milano, con la presenza di 185 gallerie internazionali provenienti da 18 paesi esteri. In quest'occasione non si è dato solo spazio all'Arte ma anche alla fotografia, perché nella società dell'immagine questo settore oggi ricopre un ruolo preponderante, e perché i grandi nomi della fotografia hanno esercitato un notevole influsso nel campo della moda e della visione estetica del mondo.

Le sezioni in cui si articolava la manifestazione erano sette: con Established Comtemporary e Established Masters venivano curate le mostre monografiche, con Generations curata da Anthony Reynolds e Chris Sharp venivano effettuate diverse indagini artistiche. Inoltre si poteva visitare Decades che offriva una panoramica sul processo dell'arte dagli anni '20 sino agli anni '90, Emergent che permetteva di osservare tutte le gallerie di artisti recenti scelte da Attilia Fattori Franchini, mentre con On Demand poteva essere messo a fuoco il rapporto tra politica, identità e rappresentazione.

Infine Object dava l'opportunità di osservare quelle gallerie che offrivano una visuale sugli oggetti da design. Quest'ultima era curata da Hugo Macdonald.

Il Miart di Milano e le tante sorprese

La visita è iniziata impattando nell'opera accattivante dei quadri con paillettes di Frances Goodman, artista sudafricana che in mostra presentava opere singolari. Tutti manufatti realizzati a mano, come ad esempio l'intreccio di cordoni colorati realizzati con unghie laccate, i quadri in seta su cui era stato ricamato un occhio perfettamente truccato su uno sfondo marrone cupo e uno avana, poi la grande bocca in paillettes.

L'artista ha avuto un considerevole successo di pubblico, grazie soprattutto all'effetto brillante dei lustrini applicati con una straordinaria maestria a rappresentare paesaggi e volti.

Poco più avanti Jan Fabre nello studio Trisorio di Napoli presentava un'opera realizzata con le elitre di scarabeo, gioiello su legno dal titolo "The loyal scavengers" del 2016. Si tratta di un artista nato ad Anversa nel 1958, famoso per opere in cui utilizza gli insetti, da lui prediletti come simbolo supremo di metamorfosi.

Dichiara di essere il nipote del famoso entomologo Jean Henri Fabre, con una particolare differenza: lo zio (o presunto tale) studiava gli animali per proteggerli, mentre lui li utilizza nelle sue performance, e lo fa in una forma così spregiudicata da aver suscitato in certi casi reazioni violente da parte del pubblico.

La visita alle gallerie e alle opere è proseguita con un'immagine di Elger Esser, un paesaggio da sogno, con l'opera di Boetti "Mettere al mondo il mondo" del 1975 che presenta una superficie trattata con penna biro blu intervallata da spazi bianchi a forma di virgole.

Il bello della composizione è che questo grande spazio blu tratteggiato a penna è riempito da una parte con tratteggi obliqui inclinati a destra, mentre l'altra sezione mostra dei tratteggi diritti di densità differente. Il risultato è un ambio spazio di colore blu inframezzato da virgole.

In fondo, dopo aver visto molti dei grandi e le opere di Julian Schnabel, le statue di Mitoraj (morto nel 2014) e le donne di Manolo Valdés, si fa strada un quadro da sogno, "Le salon de dieu" del 1958 di Magritte: un edificio aristocratico immerso in un parco lussureggiante e sormontato da un cielo nero tempestato di stelle con una falce di luna.

Un quadro strano perché l'edificio e il parco sono ritratti in piena luce, mentre tutto si svolge in una luminosa notte di primavera. Molti visitatori si sono fermati ad ammirare l'opera. Chiedendone il prezzo, la risposta è stata 15 milioni. Il viaggio è proseguito con incontri e conversazioni, eppure quell'immagine è rimasta fissa nella mente e baluginava di tanto in tanto sugli effetti di meraviglia creati dall'enormità della cifra.

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