Nasceva a Pegli (Genova), 75 anni fa, quello che sarebbe forse diventato il più grande cantautore italiano di tutti i tempi, Fabrizio de André. Un cantautore sfrontato e malinconico, un poeta sottile e spirituale: Faber, come lo chiamava il suo amico Paolo Villaggio, per la sua passione per i Faber-Castell, portato via da un carcinoma polmonare l'11 gennaio 1999, a 58 anni. Troppo presto. Ma di avvenutre e disavventure ne visse molte, sentendosi spesso un po' come i suoi stessi personaggi, umani e derisi, sfollati, così come quando fu rapito dall'anonima sequestri sarda nel '79, insieme alla compagna Dori Ghezzi. E delle disavventure, però, con profonda compassione, ne fece un canto: il rapimento divenne un luogo magico e desolato ("Hotel Supramonte"), un inno: "signora libertà, signorina fantasia".

Voce italiana di Brassens e Dylan e Cohen, di cui tradusse e interpretò brani, de André si schierò dalla parte degli umili, con fiducia e anche schietta curiosità, per scavare a fondo nelle viscere dell'uomo e inquadrarne la sua sempiterna incatalogabilità. Dalla sua Bocca di Rosa, prostituta delle più basse, che, però, "portò l'amore nel paese", e dal suo Carlo Martello, tutto corpo e desiderio dietro il pesante gabbione, fino ad arrivare al suo Michè, che ha ucciso per amore, che si è impiccato per amore. E così tutto "Anime Salve", album del 1996, quello che è considerato il suo testamento musicale, uno dei suoi dischi migliori, l'apologia dei reietti: rom, transessuali, miseri; Princesa e Dolcenera. Perché i suoi personaggi, schivati e maltrattati, disprezzati dalla società borghese e falsa che Faber denigra, sono, nella loro più naturale difformità, l'umanità stessa fatta carne.

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Perché i suoi personaggi sono persone, sono popolo.

Fabrizio fu trattato come dignitosissimo poeta, antologizzato nei testi di scuola; de André fu genovese nel profondo, portò in scena i crocevia culturali e linguistici di quella terra che fu porto del mondo, dando un grande contributo, negli anni '80, alla riscoperta dell'idioma e alla nascita della World music, con l'album Crêuza de mä, scritto interamente in genovese, assieme all'altro grande della musica, Mauro Pagani.

Un artista che non deve essere dimenticato e di certo non lo sarà, contro la guerra, contro la bassezza morale, ma a favore di un'alta spiritualità, con quel Gesù tanto uomo, così presente nelle sue canzoni. Lui, amico fragile, che ha nutrito pietà nei suoi stessi confronti, e si è "visto di spalle che partiva", ha lasciato al mondo un quadro espressionista sull'umanità profonda che ci costituisce. Noi, che non siamo solo carne e ossa, penseremo a lui con un dolce e agro sospiro: "è stato meglio lasciarsi che non essersi mai incontrati".