Non è la prima volta che suona il requiem per il Compact Disc, il disco ottico che nella prima metà degli anni '80 ha portato la musica in formato digitale nelle case di appassionati e audiofili di tutto il mondo. Ma questa volta sembra davvero giunto l'atto finale. È infatti notizia di pochi giorni fa il licenziamento da parte di Sony di 375 dipendenti dello storico stabilimento di Terre Haute, in Indiana. Un gesto inequivocabile, dal momento che parliamo della prima e ultima fabbrica di cd rimasta negli Stati Uniti. Il laconico "non ha più senso andare oltre" pronunciato da Dave Rubenstein (presidente di Sony Digital Audio Disc Corp. America) non lascia spazio ad equivoci.

Nato nel 1953 come fabbrica di vinili per la Columbia Records e acquisito da Sony nel 1985, negli ultimi 33 anni lo stabilimento di Terre Haute ha stampato qualcosa come 11 miliardi di dischi ottici per il mercato domestico.

Il triste finale di un formato invincibile

Quando sul finire degli anni '80 il Compact Disc s'impose progressivamente a danno di vinili e musicassette, garantendo una pulizia di suono fino a quel momento mai potuta sperimentare da chi battagliava tra crepitii e fruscio di fondo, nessuno si rese realmente conto di quello che a tutti gli effetti rappresentava il vero tallone d’Achille del nuovo formato, ovvero la facilità estrema con cui chiunque, una volta diffusisi i masterizzatori per computer, poteva duplicare senza alcuna perdita di qualità il disco originale.

A prendersi la ribalta poi ci pensò l’mp3, sdoganato definitivamente con la comparsa del primo ipod nel 2001: trasmutata l'idea del supporto audio in qualcosa di liquido, il mercato discografico cambiò radicalmente. Decine e decine di brani potevano infilarsi in un riproduttore più piccolo di un pacchetto di sigarette, scaricati bellamente in barba a qualsiasi diritto d'autore da diverse piattaforme. La qualità era modesta, i suoni sottili come fogli di carta, ma la risultanza finale ad orecchie non particolarmente severe sembrava più che accettabile.

Il ritorno del vinile

Curiosamente, a far da contraltare al declino del CD c'è la resurrezione del vinile, dato per spacciato proprio con l'avvento dei formati digitali [VIDEO]. Nulla che possa essere paragonato al boom degli anni '60 e '70, intendiamoci, eppure un fenomeno che si attesta oggi intorno all'11% della produzione discografica italiana (negli USA arriva addirittura al 28%). Ascoltare musica su vinile, quindi su supporto analogico (vale la pena ricordare che la musica è un fenomeno analogico), garantisce in linea teorica sonorità più calde, implica un ascolto più concentrato, una ritualità che mantiene inalterato il suo fascino anche col passare del tempo.

E mentre i formati ad alta risoluzione, come Super Audio Cd e Bluray Audio, che garantirebbero un'esperienza d'ascolto senza precedenti, faticano enormemente ad imporsi al grande pubblico, si assiste sempre più alla dicotomia tra musica ascoltata in streaming, buona giusto per le casse del computer o le cuffie del cellulare, e musica in vinile, su cui però oggi vengono riversati album incisi in gran parte con tecniche digitali e pensati per il nuovo mercato globale. Nulla di nuovo sotto il sole: nell’eterna guerra tra i formati audio e i loro supporti l’ascoltatore finale non ci ha storicamente mai guadagnato, a tutto vantaggio delle multinazionali del settore e a scapito della sacralità dell’ascolto musicale.