Dark Night, il nuovo film di Tim Sutton in uscita il 1 marzo, poteva intitolarsi anche L’Aurora della tragedia visto che si svolge ad Aurora, in Colorado, sonnolenta cittadina americana scossa dalla più grave sparatoria americana degli ultimi anni. Nell’estate del 2012 un ragazzo di ventiquattro anni, durante la premiere del Cavaliere Oscuro – Il ritorno di Christopher Nolan, armato e in tenuta anti sommossa sparò sul pubblico in sala mentre scorreva il film. Il bilancio fu di 12 morti e 70 feriti. Tra i ragazzi e gli adulti che persero la vita anche una bimba di 6 anni, mentre una donna incinta perse il suo bambino finendo su una sedia a rotelle.

James Eagan Holmes, immediatamente arrestato dalla polizia senza nessuna resistenza, fu condannato a 12 ergastoli dopo un processo chiuso nel 2015.

Dalla storia vera al film

L'eroe del cinecomic si chiamava Batman, mentre il suo nemico, quello col quale nella realtà s'identificò il ragazzo era Joker. Passando al Cinema invece Sutton, autore dallo sguardo lucido sin dalle sue prime pellicole, Pavillon e Memphis, con Dark Night racconta sei personaggi, sei ragazzi borderline. Lo fa più per immagini che per dialoghi. Le parole sono di anime distratte, tra loro sfuggenti e fluttuanti in una bolla sociale sulla più anonima provincia americana. Colori e immagini si manifestano netti come le azioni annoiate dei protagonisti. Assuefazione da videogiochi violenti, manie edonistiche scaricate in selfie, solitudini urbane e turbamenti giovanili avvolti da una cittadina immota e indifferente precedono la tragedia del cinema Century 16.

Le armi come comune denominatore. Tutti ne possiedono, tutti ne hanno accesso. Alcuni dei sei ne padroneggiano anche parecchie, ma chi sarà a sparare?

Il tema dell’episodio di cronaca legato al possesso di armi da fuoco in America torna più attuale che mai dopo i fatti recenti della Florida accaduti a San Valentino. Ma qui non si guarda al lato politico [VIDEO] né a quello sensazionalista. Dark Night fa capolino nella coscienza dello spettatore scivolando tra la più fresca cronaca nera, la riflessione sull’invisibilità dei problemi e l’incapacità di ammetterli per risolverli. Lo fa senza moralismi né spiegoni, in maniera sin troppo asciutta con il suo film presentato sia a #Venezia73 che al Sundance nel 2016.

Tra le placide villette con piscina che Tim Sutton ci mostra una narrazione liquida, per dirla alla Bauman. Il risultato è un’estetica che taglia le geometrie rassicuranti di Aurora nelle vite anaffettive di una generazione a rischio, in un tempo dove valori e ideali sembrano caduti da un pezzo.

E con la polvere dello sgomento ormai ferma a terra, immagini e fatti si compongono nitidissimi sullo schermo per una storia a sei anime quasi stilizzata. Assoluta, a tratti persino logicamente inaccessibile.

Discreto pezzo di cinema indipendente targato Usa, il film lavora poco sul thrilling per chiudersi a imbuto sul colpevole. Mantiene una ritmica simile a Elephant di Gus Van Sant, ma nonostante la potenzialità del plot, la struttura drammaturgica rimane volutamente leggera come l’aria dell’ambientazione. Scelte autoriali condivisibili o meno, così rinuncia a tanto mordente per dedicarsi completamente a un dialogo con lo spettatore di tipo ipnotico, sonnolento, sottotraccia. Che si muove insieme a una colonna sonora dai suoni flebili ma pungenti distesa su uno spaccato di società americana senza sogni né speranze che ticchetta silenzioso come una bomba a orologeria.