Non c’è dubbio che il momento più rilevante della Design week meneghina sia stata l’inaugurazione del progetto Atlas e della Torre della Fondazione Prada che lo contiene. Milano sembra voler tornare al Medioevo, quando le città e i loro signori rivaleggiavano fra loro costruendo torri e bastioni. Oggi, la città dei Navigli, quasi a voler rimarcare il suo status di capitale economica del Paese, mette in mostra i suoi grattacieli. L’ha fatto già nel dopoguerra e nella stagione del boom economico con la torre Velasca che, grazie alla sua forma insolita, è diventata simbolo di una città che voleva essere all’avanguardia.

E poi con il grattacielo Pirelli, che negli anni ’60 per qualche tempo è stato il palazzo più alto dell’Unione Europea. Ai nostri giorni, Milano richiama archistar da tutto il mondo, inaugura nuovi grattacieli quasi senza soluzione di continuità e si fa vanto della sua nuova skyline, usandola come cartolina per provare a sedurre turisti e visitatori. Nuove torri s’innalzano nel cielo di Lombardia e sulle loro sommità si stagliano le insegne di banche e assicurazioni, del resto sono loro i signori e i potenti del terzo millennio.

Una Torre per l’arte contemporanea

Da qualche giorno una nuova torre svetta nel cielo di Milano: quella progettata dallo studio di architettura OMA, guidato da Rem Koolhaas, per Fondazione Prada.

In quella che era una distilleria – la Società Italiana Spiriti nei primi anni del ‘900 vi produceva liquori tra cui il brandy Cavallino Rosso - nella zona sud di Milano, la fondazione voluta da Miuccia Prada e Patrizio Bertelli si presenta come la più grande operazione culturale mai realizzata da un privato in Italia e uno dei principali poli culturali del nostro Paese.

Il complesso, infatti, si sviluppa su una superficie totale di circa 19.000 metri quadri e la Torre, che ospita il progetto Atlas e la collezione d’arte contemporanea, è solo uno degli edifici.

Alta 60 metri per nove piani asimmetrici e dalle altezze differenti - si va dai 2,70 metri del primo piano fino agli oltre 8 metri dell’ultimo – raccoglie su sei piani e una superficie di circa 2000 metri quadrati le opere e le grandi installazioni della Collezione Prada, mentre gli altri tre piani accolgono ristorante e servizi.

La struttura è completata da una terrazza panoramica con rooftop bar che domina dall’alto la zona sud di Milano regalando una delle viste più belle della skyline meneghina. Caratteristico il ristorante che presenta gli arredi originali del Four Season Restaurant di New York progettato da Philip Johnson nel 1958 insieme a installazioni di Carsten Höller, Lucio Fontana e altri. Nei sei piani espositivi trovano spazio lavori, realizzati tra il 1960 e il 2016, che rappresentano una sintesi dell’arte contemporanea. Si possono vedere tra le altre cose: gli enormi tulipani di Jeff Koons e gli ideogrammi di Carla Accardi, le Chevrolet di Walter De Maria, i lavori di Edward Kienholz e Mona Hatoum e quelli di Pino Pascali e Michael Heizer, fino all’installazione di Damien Hirst, e i giganteschi funghi a testa in giù di Carsten Höller al nono piano.

La mostra Post Zang Tumb Tuuum

La Collezione Prada non è però l’unico motivo per cui vale la pena fare un salto nella vecchia distilleria di largo Isarco. Negli spazi della Fondazione, infatti, fino al 25 giugno 2018, è in programma una delle mostre più interessanti della primavera meneghina: «Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918- 1943». Anche in questo caso l’originalità non manca. L’esposizione, curata da Germano Celant, presenta oltre 500 lavori, tra dipinti, sculture, disegni, fotografie, manifesti, arredi, progetti e modelli architettonici, realizzati da più di 100 autori. Una quantità di opere immensa, introdotta anche da immagini storiche, pubblicazioni originali, lettere, riviste, rassegne stampa e fotografie che hanno lo scopo di mostrarci tutte le sfaccettature di un periodo storico – quello dalla fine della prima guerra mondiale alla caduta del fascismo – particolarmente ricco dal punto di vista sociale e artistico.

L’obiettivo di Celant è evidente: mostrare come per apprezzare un’opera sia necessario immergersi nel contesto storico e culturale in cui è stata realizzata. Ed è lo stesso Celant che lo spiega nella brochure di accompagnamento alla mostra: «L’intento è mettere in discussione l’idealismo espositivo, per cui le opere d’arte, nei musei e nelle istituzioni, sono messe in scena in una situazione anonima e monocroma, generalmente bianca, per riproporli invece in uno spazio storico di comunicazione».

Le opere nel loro contesto naturale

Per «contestualizzare» le opere d’arte, l’esposizione propone 24 ricostruzioni parziali di spazi pubblici e privati, ambienti che sono l’ingrandimento in scala reale delle immagini storiche, in cui sono «ri-collocate» le opere di artisti tra cui Giacomo Balla, Carlo Carrà, Felice Casorati, Giorgio de Chirico, Fortunato Depero, Filippo de Pisis, un giovane Renato Guttuso, Arturo Martini, Fausto Melotti, Giorgio Morandi, Fausto Pirandello, Alberto Savinio, Scipione, Gino Severini, Mario Sironi, Arturo Tosi e Adolfo Wildt, solo per citarne alcuni e in rigoroso ordine alfabetico.

In pratica – e questo è senza dubbio uno degli aspetti più interessanti della mostra - sono stati ricostruiti gli ambienti in cui le opere sono state realizzate ed esposte: dagli atelier alle collezioni private, dalle sale di esposizioni e manifestazioni pubbliche, come le diverse Biennali veneziane di quei anni, le Triennali di Milano, alle esposizioni e rassegne d’arte italiana in ambito nazionale e internazionale. Il tentativo è quello di mostrare il dibattito e la dialettica tra singoli autori ed esponenti di movimenti, gruppi e tendenze: in particolare il Futurismo, senz’altro tra i più significativi, ma anche la Scuola romana, i cosiddetti Italiens de Paris, gli astrattisti e Corrente.

L’arte dialoga con l’architettura

Per meglio cogliere il contesto sociale e politico dell’Italia fra le due guerre, la mostra presenta una serie di focus tematici dedicati a figure di politici, intellettuali, scrittori e pensatori di orientamento molto diverso, come Giuseppe Bottai, Piero Gobetti, Antonio Gramsci, Carlo Levi, Alberto Moravia, Luigi Pirandello, Margherita Sarfatti e Lionello Venturi. Inoltre, accanto a quadri e sculture è proposto in parallelo un percorso attraverso i progetti architettonici, i piani urbanistici e gli allestimenti di eventi come, l’Esposizione dell’Aeronautica Italiana o gli studi per la realizzazione del Foro Mussolini, ora Foro Italico. L’esposizione, dunque, non si limita a presentare il meglio dell’arte italiana tra le due guerre, un’arte tra l’altro che appare estremamente vivace e ai vertici dei movimenti e delle avanguardie del tempo, ma esplora il sistema della cultura nel suo complesso.

Nel farlo mostra il legame con l’architettura, evidenziando come entrambe siano state utilizzate dal potere per diffondere i propri valori e ideologie. Quello, del resto, era il tempo in cui era lo stato a sentire il bisogno di mostrare il suo potere e la forza attraverso arte e architettura.

Fondazione Prada largo Isarco 2 Milano: Progetto Atlas e «Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918-1943» fino al 25 giugno 2018, curata da Germano Celant .