One More Jump è il film del regista trentino Emanuele Gerosa che ha vinto il Prix Europa come Miglior Documentario per la Tv 2020. Era stato presentato alla 17^ Festa del Cinema di Roma e ha conquistato numerosi Festival italiani e internazionali fra i quali: "Vision du Reel" in Svizzera; il 38° "Annecy Cinema Italien"; il "Kazan Film Festival" in Russia dove si è aggiudicato il "Prize of the Russian Guild of Film Critics; l'italiano "SalinaDocFest" che gli ha attribuito la Menzione Speciale della Giuria; il 68° "Trento Film Festival" che gli ha assegnato il Premio CinemAmore. I film in concorso al Prix d'Europa 2020 erano 24 provenienti da 14 diverse nazioni e Gerosa ha così commentato il risultato dell'autorevole contest: "È, forse, un'ironia della sorte che "One More Jump", un film la cui uscita in sala è stata fortemente voluta e per due volte è stata bloccata dall'emergenza sanitaria, vinca un premio così prestigioso di documentari per la televisione".

Un film che racconta la speranza nella Striscia di Gaza

Palme e tralicci della corrente elettrica che, fra l'altro, viene tolta spesso nelle povere case di Khan Yunis, centro martoriato dal conflitto israelo-palestinese sulla Striscia di Gaza. Sono queste le inquadrature iniziali di "One More Jump", l'incipit narrativo su cui si muove la storia di due ragazzi, Abdallah e Jehad, e della loro fiera amicizia unita dal "Parkour", lo sport acrobatico svolto con drammatica allegria in luoghi abbandonati, vicino al rischio dei bombardamenti.

Essere un atleta di una tale disciplina significa rendere il proprio stesso corpo, le proprie emozioni, strumento di una speranza caparbia e la corsa, i movimenti acrobatici, i salti fra i muri diroccati, disegnano l'arte di superare ostacoli non solo fisici.

Il collegamento simbolico, come afferma Gerosa nelle note di regia, con le barriere della realtà di Gaza, è evidente.

Il film scandisce un parallelismo di scelte e di prospettive: quella di Abdallah che era stato il capitano della squadra del Gaza Parkour, ma che ha lasciato la città e gli affetti familiari per compiere il salto verso la terra promessa, l'Italia.

Il ragazzo arriva a Firenze e si allena in una stazione di periferia, non trova lavoro, ha solo quanto gli basta per sopravvivere abitando in una casa abbandonata. Il suo sogno resta irraggiungibile, nonostante si sia iscritto con determinazione e coraggio alla competizione in Svezia a cui tutti a Gaza avrebbero voluto partecipare.

C'è, poi, Jehad che vive chiuso nella Striscia, assiste il padre infermo non potendolo portare in Israele per le cure dato che i medici non dispongono delle autorizzazioni. Lui prepara atleticamente i ragazzini più piccoli convinto che il Parkour si debba trasmettere di generazione in generazione. Ottiene dopo anni il visto per l'espatrio e deve decidere se andarsene alla ricerca di un'occasione per la realizzazione delle sue aspirazioni.

Il rischio e l'ancoraggio alla vita

I valori del Parkour sono: l'assenza di competizione, l'attenzione verso il pericolo, il rispetto, la fiducia, la modestia. Praticare il rocambolesco sport acrobatico significa tracciare con dignità il raggio della propria relazione con la vita, attingendo interiormente alla pulsazione più forte e rischiosa come antidoto, quasi anestetico, all'irruzione devastante della guerra, alla stratificazione del dolore.

Le bombe acuiscono la povertà e i sacchetti della spesa acquistata con i pochi shekels a disposizione non sono mai abbastanza pieni. Somigliano alle buste vuote che rotolano per la via sospinte dal vento.

Le immagini di "One More Jump" sono anche questo e contrassegnano il registro doppio ma integrato che sembra caratterizzare la regia: la cura di parole e dialoghi e l'implicita narrazione del silenzio, lo stile abbastanza ravvicinato e serrato delle riprese che include, però, il dilatarsi dello spazio contemplativo nelle domande che i ragazzi si pongono sul proprio futuro.

Il documentario è stato prodotto da Graffiti Doc in collaborazione con Rai Cinema. Gerosa precisa di non aver voluto fare un film politico ma di aver messo in primo piano il racconto di vicende quotidiane in cui il filamento dei rapporti umani si spezza e si ricompone in situazioni molto dure.

"Sono rimasto molto colpito - dichiara - dal vincolo di fratellanza di questi ragazzi e il loro legame e la loro volontà sono gli elementi che mi ricordano immediatamente perché amo essere un filmmaker".

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