Sguardo impenetrabile e sorriso imbronciato fanno da cornice ai disegni sul volto di #olive oatman, la giovane statunitense passata alla storia come la prima donna occidentale tatuata. Tuttavia, molti ignorano l’origine di quelle prepotenti linee blu che ne colorano il mento. Olive si tatuò per scelta? O fu vittima di un’imposizione? La vicenda del suo candido viso inchiostrato nasconde, in realtà, una storia senza eguali, per certi versi triste, per altri straordinaria, e, forse, proprio per questo, vale la pena di essere raccontata. Ma facciamo un passo indietro. Chi era Olive?

La famiglia Oatman

Figlia dei coniugi Mary Ann e Roys Oatman, classe 1837, Olive nasce e cresce insieme agli altri sei fratelli nell’Illinois, uno stato federato del Midwest degli Stati Uniti d’America.

Gli Oatman, come molti statunitensi di metà ‘800, erano una famiglia di fede mormone: un movimento utopico-religioso, all’epoca neonato, e fondato dal predicatore Joseph Smith, “Profeta Veggente e Rivelatore” il quale, dopo aver assicurato di essere entrato in contatto diretto con Dio, e dopo aver raccolto intorno a sé un numero cospicuo di fedeli, promise di indicare loro la strada per raggiungere la terra promessa, luogo edenico e incantato in cui, finalmente tutti avrebbero potuto vivere in pace, serenità e in equilibrio.

Fu per questo che nel 1850 novanta mormoni decisero di partire, organizzando la loro prima spedizione alla volta dell’Utah. Tra questi, s’incamminò anche la famiglia Oatman, aggregandosi al gruppo di fedeli nella sua totalità. Ma il viaggio, soprattutto per gli Oatman, non ebbe mai l’esito sperato.

Infatti, all’altezza dell’attuale New Mexico, il gruppo di mormoni subì una scissione: alcuni tra i fedeli misero in dubbio che il territorio sorto sulle rive del Gran Lago Salato fosse proprio l’anelato paradiso promesso da Smith e per questo motivo, una parte di loro, decise di rimettersi in viaggio.

Gli Oatman, spinti da un fervore religioso incontenibile, probabilmente mossi anche dalla volontà di offrire ai propri bambini un futuro migliore, decisero di spingersi ancora più là, verso sud, per raggiungere, o almeno costeggiare, il deserto di Sonora.

Il cambio di rotta fatale

Quello operato degli Oatman fu cambio di rotta fatale, che finì per costare caro tanto ad Olive quanto ai suoi familiari. E, anche se nessuno, ancora oggi, può asserire con certezza le dinamiche di quel loro impavido cammino, sta di fatto che, giunta nei pressi del fiume Gila, la famiglia si ritrovò faccia a faccia con il proprio destino. Qui, infatti, gli Oatman s’imbatterono in una tribù di nativi, probabilmente d’origine Yavapai: l’incontro di quelle due civiltà distanti, forse subito, o forse in seguito ad alcune ostilità, si risolse, agli effetti, in una vera e propria carneficina.

Gli indigeni sterminarono quasi completamente la famiglia Oatman: a salvarsi, solo il quindicenne Lorenzo, lasciato sulle rive del fiume poiché ritenuto morto, Olive e sua sorella Mary Ann, di appena 7 anni. E mentre Lorenzo, riavutosi e ormai privato dei suoi familiari, riuscì a ricongiungersi al gruppo di mormoni fermatisi più a nord, le due bambine, invece, furono catturate e deportate come schiave dagli Yavapai. Fu un periodo terribile per Olive, costretta a procacciare cibo e a lavorare instancabilmente per i suoi padroni.

L'incontro con i Mohave

Poi, dopo un anno trascorso a sopravvivere nella miseria del villaggio, una casualità finì per direzionare nuovamente il suo destino. Una tribù di Mohave in visita presso gli Yavapai, decise, infatti, di adottare entrambe sorelle. Le piccole Oatman furono, quindi, vendute per una manciata di cavalli e qualche articolo di bigiotteria. Scoraggiata e preparata al peggio, Olive s’era rassegnata al suo futuro tristemente votato alla schiavitù forzata. Ma, sorprendentemente, non fu così. I Mohave, infatti, decisero di integrare totalmente Olive e la piccola Mary Ann nella loro quotidianità, al punto, da renderle a pieno titolo componenti della tribù, imprimendo sul mento e sulle loro braccia i tatuaggi tipici della propria #Tradizione.

Nessun marchio di proprietà, dunque, sul viso di Olive, nessun segno di possesso o di superiorità: non fu certo una scelta personale della ragazza, poiché impreparata circa le usanze di quella tradizione, ma non si può dire che agli occhi degli indigeni quei segni fossero denigratori per lei. I Mohave, infatti, erano convinti che ogni membro del gruppo, come traccia identitaria ma anche per poter beneficiare di una protezione, necessitava di #tatuaggi sul proprio corpo: solo così la comunità tribale avrebbe potuto sottrarsi dai pericoli e allontanare la minaccia della morte. Tatuata e completamente a suo agio, quindi, Olive poté vivere gli anni successivi in piena sintonia con la sua nuova tribù, le cui cure e il cui affetto le permisero, addirittura, di superare il trauma della morte prematura di sua sorella Mary Ann.

Il ritorno in America

Eppure, la vita di quella giovane statunitense, per adozione divenuta Mohave, era destinata a mutare, ancora una volta. Olive aveva 19 anni quando giunse sino agli Stati Uniti la notizia di una donna bianca preda dei Mohave. Quella donna era proprio Olive, certo, ma non era né vittima né tanto meno schiava della tribù: ma il governo americano decise comunque di riscattare la sua ‘pioniera tatuata’, sottraendola ai Mohave, i quali, dopo averla accudita per anni, ne piansero l’abbandono alla stregua della morte di una figlia. Fu così che Olive fece ritorno alla civiltà. Non che l’avesse voluto, non che l’avesse scelto: ancora una volta la giovane statunitense si trovava ad essere vittima degli avvenimenti.

Proprio com’era accaduto per il suo tatuaggio sul mento, Olive era di nuovo preda di chi, al suo posto, decideva per lei gli usi e i costumi che avrebbe dovuto assumere nella propria vita. Ma, quella, fu l’ultima volta che Olive si fece travolgere dal proprio destino. Rientrata in America, infatti, la pioniera tatuata scelse di abbandonarsi al volere della società statunitense.

E così, alla folla di persone in attesa di conoscere la verità, Olive raccontò di essere stata rapita dagli Apache e di aver vissuto tutti quegli anni come loro prigioniera. La conferma delle sue parole, l’avrebbero potuta trovare là, in bella vista sul suo mento: Olive disse, infatti, che quelli erano i segni indelebili della sua schiavitù, inflittile dagli Apache per sottolineare quanto il suo corpo, dopo la cattura, fosse diventato a tutti gli effetti di loro proprietà. Ma mentiva, mentiva spudoratamente.

Dimentica del trattamento riservatole dai Mohave, della tradizione propria di quella tribù e del fatto che molte donne di quel gruppo avessero, in realtà, gli stessi segni identitari che lei aveva portato con sé negli Stati Uniti, Olive Oatman scelse, e forse per la prima volta, chi essere negli anni a venire: una donna unica nel suo genere, sfortunata sì, ma viva, celebre ed ascoltata, anche a costo di dover mentire.