L'agenzia di rating statunitense Standard & Poor's (S&P) ha declassato il Brasile, la sua economia e il suo debito sovrano, da BBB a BBB-, outlook stabile. Nel rapporto pubblicato il 24 marzo, gli analisti puntano il dito contro politiche fiscali giudicate troppo blande, e l'insufficiente crescita prevista nei prossimi anni. Si segnala poi l'incapacità della politica di prendere misure impopolari - causa l'imminenza delle Elezioni presidenziali di ottobre - e soprattutto il peggioramento della bilancia dei pagamenti.

"La debole crescita del Brasile è la conseguenza", si legge nella nota, "di fattori sia strutturali sia ciclici, tra cui gli scarsi investimenti rispetto al PIL, e una creazione più lenta di posti di lavoro; tutti elementi che combinati", proseguono gli analisti di S&P, "riducono i già scarsi margini di manovra del Governo, di fronte alle turbolenze esterne". Il Paese può quindi avere difficoltà a rispettare uno dei suoi obiettivi finanziari - ossia un avanzo primario non inferiore a un 1,9 per cento del prodotto interno lordo (PIL) - causa la crescita insufficiente, e la prosecuzione delle politiche di defiscalizzazione, che beneficiano interi settori dell'economia.

Secondo S&P, quest'anno il Brasile crescerà dunque solo di un modesto 1,8 per cento, per poi raggiungere il due nel 2015. La chiosa del rapporto è comunque positiva: si loda la stabilità delle istituzioni pubbliche, "il generalizzato impegno per le politiche di stabilizzazione finanziaria, e il suo tessuto produttivo, grande e variegato".

Il Governo di Brasilia non ci sta

La notizia non ha sorpreso i mercati, poiché già a giugno S&P aveva annunciato la probabile e prossima retrocessione, a causa della crescita insufficiente e della spesa pubblica eccessiva.

Il fatto che gli operatori di mercato avessero già metabolizzato il declassamento, non ha però impedito la dura quanto rituale presa di posizione del Ministério da Fazenda: saremmo di fronte a un giudizio "infondato" e "contraddittorio", rispetto alle fondamenta dell'economia reale. Il dicastero dell'Economia verde-oro segnala poi che dallo scoppio della crisi si è registrato un aumento del PIL del 17,8 per cento, "uno dei maggiori tassi accumulati di crescita tra i Paesi del G-20".

Brasília nega infine l'accusa di scarsa rigidità delle politiche fiscali, e ribatte che l'economia nazionale, negli ultimi quindici anni, ha prodotto uno dei più elevati avanzi primari del mondo: "Nel 2013, giova ricordare, abbiamo realizzato un avanzo primario pari a un 1,9 del PIL", dato sufficiente a ridurre in modo decisivo il debito pubblico.

Le crepe del boom

L'economia brasiliana nel 2013 è cresciuta del 2,3 per cento: un dato sotto le attese del Governo, ma comunque superiore a quanto pronosticato dai profeti di sventura. Da una parte si sono subite le conseguenze di uno scenario esterno sfavorevole, caratterizzato in primis dalla decelerazione della crescita cinese: Pechino ha drasticamente ridotto l'acquisto di materie prime dai grandi esportatori di commodity, come appunto il Brasile. Dall'altra parte va ricordato il recupero dell'economia statunitense, che ha finito per attrarre di nuovo quegli investimenti finanziari che in passato avevano preso la via dei Paesi emergenti. Se a ciò si aggiungono i cronici problemi strutturali dei sudamericani - scarsa manodopera qualificata, infrastrutture obsolete e burocrazia asfissiante - si capisce perché il celebrato boom economico stia perdendo forza propulsiva.
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