Il prezzo del petrolio torna a salire ed il benchmark europeo (Brent) punta quota 50 USD al barile mentre quello statunitense (WTI) supera quota 47 USD al barile. A poco più di una settimana dalla brusca discesa a 45,50 USD del Brent, il prezzo del greggio riconquista parte del terreno perduto in vista della riunione informale dell'OPEC, che potrebbe cambiare gli scenari della produzione mondiale di petrolio. Nel frattempo, ieri, la forte riduzione delle scorte di greggio in USA ha sorpreso i mercati.

Petrolio in attesa del vertice OPEC

OPEC e petrolio sono un binomio inscindibile e, con l'avvicinarsi di ogni vertice, i mercati finanziari su cui la commodity è scambiata entrano in fermento.

La riunione informale nella quale è prevista anche la partecipazione della Russia deve ancora iniziare, ma le indiscrezioni e le dichiarazioni dei rappresentanti dei Paesi coinvolti già bastano ad aumentare la volatilità dei mercati. Il punto cruciale dell'incontro sarà il congelamento della produzione di petrolio per consentire ai prezzi di stabilizzarsi ed evitare che la lotta per maggiori quote di mercato finisca per penalizzare i partecipanti al cartello.

La Russia, nonostante non sia membro dell'OPEC, parteciperà all'incontro informale. La produzione russa è cresciuta molto negli ultimi anni ed il suo coinvolgimento potrebbe rafforzare la posizione del cartello e l'efficacia delle azioni intraprese. La stessa Russia ha interesse che i prezzi riprendano quota, poiché gran parte della sua economia è basata sull'esportazione di idrocarburi.

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La Russia sembra infatti la più aperta ad un congelamento della produzione dichiarando che “una decisione coordinata, appropriata e collettiva aiuterebbe il riequilibrio”. Anche l'Iran parteciperà al vertice dopo la fine delle sanzioni. Anche Teheran auspica un coordinamento, ma il suo contributo sarà non possibile soltanto finché la sua produzione non ritornerà ai livelli precedenti alle sanzioni. Come sempre l'ago della bilancia sarà la potente Arabia Saudita che ha già chiarito che il congelamento della produzione è il massimo che ci si può aspettare perché "il cartello non deciderà alcun taglio della produzione". 

I segnali: niente accordo, ma le scorte calano

Sono diversi gli analisti che non credono ancora possibile il raggiungimento di un accordo per il congelamento della produzione, poiché gli interessi in campo sono molti e spesso contrastanti. In più c'è lo spauracchio dello shale oil americano che rischia di compromettere l'efficacia di un congelamento se i prezzi dovessero salire oltre i 60 USD al barile.

Interessanti in questo senso i dati che giungono dalla Commodity Futures Trading Commision: le posizioni finanziarie lunghe detenute dal mercato scendono ancora. Si riduce così il numero di operatori che scommette su un rally dell'oro nero. Intanto ieri la EIA ha diffuso i dati sulle scorte statunitensi di petrolio: le scorte di greggio hanno registrato una impressionante discesa di 14 milioni di barili che è subito stata seguita da un' impennata di circa un dollaro delle quotazioni. Aumentano invece le scorte di combustibili di 3,38 milioni di barili.