I paesi più avanzati nel mondo finanziano la Ricerca perché questa sia di traino per produzioni industriali altamente innovative, in Italia invece registriamo un ritardo decennale. A tal proposito Blasting News ha intervistato in esclusiva Mario D’Acunto, ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche, che ha avviato un approccio innovativo per il rilancio dell’economia del manifatturiero attraverso la ricerca più avanzata.

'Per resistere sui mercati internazionali si punti sulla ricerca'

I paesi che crescono maggiormente nei settori della industria manifatturiera sono quelli che tradizionalmente hanno puntato sull’economia della conoscenza.

Perchè in Italia siamo così indietro?

“L’Italia ha, per tradizione, una forte vocazione manifatturiera e una scarsa attenzione a considerare la ricerca come un volano per l’economia. Queste due caratteristiche sono la chiave di lettura per la crisi strutturale che viviamo da alcuni decenni e che è stata acuita dalla recente crisi internazionale iniziata nel 2008. Malgrado questo, l’Italia occupa ancora il secondo posto in Europa per aziende e impiegati nel settore manifatturiero. Quello che sta succedendo è che, a livello internazionale, negli ultimi anni non si sono aperti nuovi grandi mercati. Questo implica che, chi vuole resistere sui mercati internazionali, deve innovare continuamente i propri prodotti o inventarne di nuovi.

In entrambi i casi occorre l’applicazione di ricerche avanzatissime e di tecnologice estremamente innovative per arricchire i prodotti di un qualificato valore aggiunto”.

Quali sono state le risposte in termini di politica industriale a questa crisi strutturale?

“Purtroppo l’Italia da oltre tre decenni paga la mancanza di una politica industriale adeguata.

Questa mancanza ha avuto come conseguenza un settore produttivo formato da piccole e medie imprese che non sono in grado di sviluppare ricerca in modo autonomo. Negli ultimi anni, da ricercatore nel campo delle nanotecnologie, vale a dire quelle tecnologie che manipolano la materia alla scala degli atomi e delle molecole, mi sono trovato a cercare di coinvolgere alcune aziende prossime ai miei settori di ricerca.

Le nanotecnologie sono considerate le tecnologie di punta per avere l’innovazione di prodotto che tutto il mondo cerca e che serve in particolare alle nostre aziende manifatturiere. Ma mi sono scontrato con enormi limiti culturali e scarsi mezzi offerti dai settori politici e decisionali. Queste difficoltà hanno imposto di aguzzare l’ingegno nel presentare un percorso efficace, rapido e basso costo sia per il mondo della ricerca che delle aziende interessate ad avere prodotti nuovi da presentare al mercato globalizzato”.

In cosa consiste questo processo che hai chiamato bottom-up (dal basso verso l’alto)?

“Il processo di innovazione che ho definito bottom-up è costituito da tre passaggi che coinvolgono aziende e ricercatori in un processo che parte da un’idea di innovazione per crescere progressivamente passo dopo passo: 1) Individuazione dei prodotti da innovare direttamente dai prodotti industriali già esistenti.

Il vantaggio è di lavorare su prodotti delle aziende interessate che hanno già una rete distributiva e commerciale. 2) Creazione di un consorzio scientifico ad hoc in funzione dell’innovazione desiderata attraverso un Lavoro preliminare, che generalmente è finanziato dall’azienda interessata. 3) Auto-finanziamento del ciclo di ricerca volto all’innovazione di prodotto. Ciclo di lavoro con tempi stimati circa 3-4 anni, e budget necessario circa 2-4 milioni euro. Il vantaggio per le aziende è di non rischiare capitale proprio, per i ricercatori di lavorare ad una ricerca finalizzata in cui già a priori sono posti i vincoli di innovazione richiesti. Per ora stiamo cominciando ad avere qualche successo, dai materiali super-resistenti, ai tessuti autopulenti, a nuove tecniche di diagnosi e cura di gravi patologie, successo che speriamo si trasformi rapidamente in una cascata di nuovi prodotti”.