A detta dei fautori della #Brexit, abbandonando l'Unione Europea il Regno Unito si sarebbe magicamente trasformato nella terra del latte e del miele. Ma a cinque mesi esatti dal #referendum che ha sancito la volontà del popolo britannico di dire addio al continente, il sogno che Nigel Farage, Boris Johnson ed euroscettici assortiti hanno venduto in campagna elettorale - una Gran Bretagna più forte e più ricca dopo il divorzio da Bruxelles - si sta rivelando più simile a un incubo: l'addio alla UE rischia di tradursi in un bagno di sangue per l'economia britannica.

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Niente pareggio di bilancio

Ad annunciarlo in Parlamento è stato il Cancelliere Philip Hammond, che nel presentare il bilancio autunnale ha dipinto un quadro fosco assai per i prossimi anni.

Nei conti dello Stato c'è un buco da 122 miliardi da qui al 2021. E poco meno della metà, vale a dire 59 miliardi, è da attribuire direttamente alla Brexit. Va così a farsi benedire l'obiettivo del pareggio di bilancio entro la fine di questa legislatura, che era stato promesso dal predecessore di Hammond al Tesoro, George Osborne. Invece del previsto surplus di 11 miliardi, tra cinque anni si avrà un deficit di oltre 20, col debito pubblico che salirà al 90% del prodotto interno lordo. Le stime di crescita del PIL sono state riviste al ribasso, con un calo del 2.4% rispetto alle previsioni da qui al 2021. Solo nel 2017 si passerà dal 2.2% all'1.4%. Non è tutto, perché l'inflazione, già salita a causa della svalutazione della sterlina, il prossimo anno è destinata a crescere ancora (2.7% invece del preventivato 1.9%).

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In più, le prospettive per il commercio con l'estero nei prossimi dieci anni sono pessime a causa del sempre più probabile addio al mercato unico e all'unione doganale. Insomma, in termini economici il prezzo dell'addio alla UE sarà una crescita più lenta, un'inflazione più alta e un indebitamento più forte.

Peggio del 2008

Secondo il prestigioso Institute for Fiscal Studies, i lavoratori britannici sono attesi dalla contrazione dei salari più forte da 70 anni a questa parte. Basandosi sulla relazione di Hammond, l'IFS calcola che nel 2021 i salari reali saranno al di sotto dei livelli del 2008. «Non ci sono parole per descrivere quanto brutta sia la situazione - dice Paul Johnson, direttore dell'istituto -. Più di un decennio senza un reale incremento dei guadagni. Non si è visto nulla di simile negli ultimi 70 anni». Le aziende, alle prese con l'incertezza politica ed economica causata dalla Brexit, non sono pronte ad alzare i salari, mentre l'inflazione continua a salire. Secondo un altro centro studi, la Resolution Foundation, gli standard di vita delle famiglie britanniche nei prossimi cinque anni subiranno un colpo più forte di quello patito dopo la crisi finanziaria del 2008.

Slogan vuoti e fughe di notizie

In tutto questo, il governo presieduto da Theresa May sembra una barca in balia delle onde in cui ognuno va per conto proprio. E “Brexit means Brexit”, il mantra che l'erede di David Cameron va ripetendo a ogni pie' sospinto pare sempre più uno slogan vuoto di significato. Emblematico in questo senso un rapporto redatto da un consulente della Deloitte distaccato a Whitehall che, in teoria, doveva rimanere riservato ma che è invece finito nella redazione del “Times”. Il quadro che ne emerge per il governo è devastante. May e soci, si legge, non hanno un piano per i negoziati con la UE e procedono a spanne. I ministri sono divisi in due fazioni: euroscettici duri e puri come il ministro degli Esteri Boris Johnson da una parte e i fautori di un approccio più soft come il Cancelliere Hammond dall'altra. Per gli impiegati dei vari ministeri la Brexit si sta rivelando un incubo in termini di mole di lavoro. Per tenere il passo servono in fretta migliaia di rinforzi, tanto che Hammond allo scopo ha accantonato quasi mezzo miliardo di sterline. Ma il tempo stringe e la Gran Bretagna rischia di trovarsi del tutto impreparata al momento dell'avvio dei negoziati con la UE.