Dal Tribunale Generale dell'Unione Europea (Lussemburgo) è arrivata la sentenza che decreta nullo il marchio europeo della catena di ristorazione aragonese. Le motivazioni della sentenza ricalcano quelle che portarono già l'Ufficio dell'Unione Europea della Proprietà Intellettuale (EUIPO) a ricacciare al mittente il ricorso dei soci fondatori: il marchio è contrario all'ordine pubblico perché utilizzare il termine mafia è un affronto alle idee fondative dell'Unione Europea, oltre che rischiare di rendere amabile un'idea che di buono non ha niente.

La replica della società proprietaria del marchio

Ovviamente la direzione della società iberica proprietaria del brand fa sapere con un comunicato di non condividere l'interpretazione data sia dalle Istituzioni italiane sia dal Tribunale Generale, poiché il marchio "La mafia se sienta a la mesa" ha avuto origine proprio dall'ammirazione dei fondatori per la gastronomia italo-mediterranea e dalla produzione cinematografica intorno al tema della mafia. Pertanto la società iberica afferma, sempre nel comunicato di commento alla sentenza, che in alcun modo viene promossa o giustificata l'azione di nessuna organizzazione criminale.

Per intederci i fondatori, accaniti fan della gastronomia italiana e della rappresentazione cinematografica di Cosa Nostra, hanno ideato un'esperienza culinaria dal sapore particolare: ricette ispirate alla tradizione italiana (con materie prime importate dall'Italia) in salsa gangster.

La replica della società con sede a Saragoza continua piccata sostenendo che la mafia è presente in letteratura, nell'intrattenimento per giovani (videogame) e in tanto altro ovunque nel mondo.

E in chiusura aggiunge che "sorprende oltremodo che in Italia ci sono diverse marche che includono nel proprio nome il termine mafia e nessun tribunale ne tiene conto", adducendo a marchi che in Italia utilizzerebbero il termine mafia senza che nessun tribunale intevenga.

La società afferma senza però citare casi particolari.

Alla fine dalla società ci tengono a tranquillizzare che la sentenza in nessun caso riguardo l'utilizzo del marchio nazionale, pertanto il brand non subirà ripercussioni di riconoscibilità: si potrà ancora far la fila per prenotare un tavolo.

Dalla denuncia alla sentenza del Tribunale Europeo

Se facessimo una ricerca in rete troveremmo numerose notizie, in particolare già nel 2014 il quotidiano la Repubblica pubblicava un articolo di Attilio Bolzoni, con il quale veniva alla luce la genesi della notizia scoprendo che la prima denuncia era stata un'analisi di Mauro Fossati, uno studente di Sociologia dell'Università Statale di Milano, il quale, come scriveva Bolzoni, nel 2012 riportava al suo professore Nando Dalla Chiesa una storia alquanto sconcertante: la presenza di una catena di ristoranti che sfruttava il termine mafia legandolo saldamente all'idea di cucina italiana. Soltanto nel 2015 la Commissione Antimafia, con la sua presidente on.

Rosy Bindi, lamenta l'inadeguatezza di quel termine tanto carico di sentimenti negativi e tristi memorie. Purtroppo il Governo spagnolo pare non abbia recepito il messaggio. Intanto il brand ha continuato a espandersi in tutta la penisola iberica arrivando a contare più di quaranta ristoranti in franchising. Come riportato nel testo aziendale, l'utilizzo del marchio non sarà vietato in patria. La parafrasi in marketing di una vicenda tanto reale quanto cinematografica (a questa natura si appellano i soci) prosegue a discapito di un sentimento nazionale (italiano) non poco maltrattato.

La domanda che pongo ai lettori è la stessa che a suo tempo propose Attilio Bolzoni nel suo articolo, se in Italia qualche imprenditore creativo s'inventasse un'esperienza culinaria alla tavola dei seperatisti dell'ETA cosa penserebbero i cugini spagnoli?