Scritto da Lorenzo Bodrero, reporter d'inchiesta e fondatore del centro di giornalismo di inchiesta IRPI.

Editor: Donatella Mulvoni e Angelo Paura (Blasting News), Luca Rinaldi (IRPI media).

Differdange, Esch-sur-Alzette, Dudelange. Sono tre piccole cittadine del Lussemburgo meridionale a due passi dalla Francia, avvolte dai tentacoli della ’ndrangheta. Almeno, secondo quanto rivela un'inchiesta giornalistica internazionale, OpenLux, coordinata da Le Monde e di cui IrpiMedia è partner per l’Italia e di cui Blasting News pubblica un articolo originale nel suo canale Blasting Investigations, un verticale dedicato alle inchieste.

Da sempre, è in queste tre cittadine che si è concentrata la gran parte degli emigrati italiani nel Granducato che a partire almeno dal 1892 ha contribuito alla rivoluzione industriale del Diciannovesimo secolo, trainata dal settore metallurgico.

In questo piccolo Paese nel cuore dell’Europa serviva manodopera e, allora come oggi, quella più economica arrivava dall’estero. Migliaia di italiani dal nord e sud d’Italia, perlopiù giovani uomini, celibi o senza famiglia, trovarono riparo in questo crocevia tra Francia, Germania e Belgio. Una storia travagliata quella dei nostri connazionali in Lussemburgo, per via dello sfruttamento del lavoro nei primi anni, ma diventata anche simbolo di integrazione nei decenni successivi.

Oggi, però, quella comunità ormai parte integrante dell’economia locale si trova a fare i conti con un altro stereotipo che arriva dall’Italia: l’etichetta di “mafiosi” che troppo spesso accompagna la diaspora italiana. OpenLux ha analizzato le 124 mila società che popolano il registro delle imprese lussemburghese e ha scoperto che una parte di queste, le quali hanno in gestione soprattutto bar e piccoli ristoranti nel sud del Paese, sono state aperte da italiani provenienti dalla provincia di Siderno in Calabria, più precisamente da una rete di giovani imprenditori di Mammola, un paese di duemila abitanti dell’Aspromonte che si affaccia sul Mar Jonio.

Il 'Siderno Group of Crime': dalla Calabria al Canada fino al Lussemburgo

Tra questi si trova anche Santo Rumbo, ritenuto uomo di spicco della ’ndrangheta di Siderno e arrestato nell’agosto del 2019 nella città di Differdange, cittadina industriale di 25mila abitanti che si estende lungo il confine tra Belgio e Francia. Santo è figlio di Riccardo Rumbo, già capoclan e oggi in carcere condannato per associazione mafiosa.

La Squadra mobile di Reggio Calabria, coordinata dal Servizio centrale operativo e dalla locale Direzione distrettuale antimafia, è arrivata al giovane trentaduenne quasi per caso. Le attenzioni degli inquirenti erano infatti indirizzate al ramo della ‘ndrangheta di Siderno attiva in Canada, la cosiddetta Siderno Group of Crime - nome con cui è stata battezzata la colonia sidernese nel Paese nordamericano nell’ambito dell’indagine “Acero Krupy” del 2015. Ma ascoltando le persone intercettate nell’operazione “Canadian Connection 2”, è emerso il nome del giovane Rumbo. “Stavamo analizzando la struttura canadese del Siderno Group of Crime – spiega una fonte investigativa a Blasting Investigations - ed è in quel contesto che è emerso Rumbo, non solo in quanto figlio di Riccardo Rumbo, ma come giovane boss”.

In Canada, infatti, Santo Rumbo era da poco stato investito della dote di “Trequartino”, tra le più alte nella scala gerarchica ’ndranghetista.

Di ritorno in Calabria da Oltreoceano, Rumbo si era poi trasferito in Lussemburgo. “Alcuni indagati che stavamo intercettando ne parlavano, svelando che era in Lussemburgo, ma non abbiamo mai avuto occasione di indagare cosa stesse facendo lì”, ha aggiunto la fonte. Il processo a suo carico è appena cominciato e, fa sapere il suo avvocato, Rumbo al momento non è in carcere “per mancanza di indizi di colpevolezza”. La dote in carico a Rumbo tratteggerebbe comunque un profilo tutt’altro che irrilevante. Un “Trequartino” infatti ha facoltà di sedere al tavolo della “Provincia”, l’istituzione che guida l’intera mafia calabrese.

La presenza in Lussemburgo di un personaggio dall’alto profilo criminale è fonte di grande preoccupazione per gli inquirenti. “La ‘ndrangheta – spiega a Blasting Investigations il procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo – guarda al Lussemburgo con interesse per investire e riciclare capitali proprio per la presenza, in quello Stato, di sistemi finanziari e casseforti, appetibili per chi ha necessità di occultare provviste illecite e fondi neri”. Lontano dal mare e povero di risorse naturali, il Lussemburgo è infatti riuscito a ritagliarsi il ruolo di centro nevralgico dell’Unione europea grazie a una legislazione fiscale molto vantaggiosa per i capitali stranieri.

Capitali e infrastrutture, un 'paradiso' nel cuore dell’Europa

La predisposizione del Granducato per la gestione di capitali provenienti dall’estero risale al 1920 quando il Paese, neutrale per Costituzione, si è dotato di una Borsa e di una legge per costituire le holding, quelle società che non producono beni né servizi e il cui scopo è detenere quote in altre società. Oggi i fondi di investimento registrati in Lussemburgo gestiscono un patrimonio netto di 4.500 miliardi di euro, secondi solo a quelli in mano ai fondi statunitensi. Trovano riparo in Lussemburgo anche una moltitudine di aziende che registrando qui la loro sede fiscale eludendo il fisco nella madre patria. Circa il 90% delle società registrate in Lussemburgo sono controllate da soggetti esteri.

Ma non è solo la necessità di mascherare i reali beneficiari di società o una pressione fiscale più clemente a motivare la presenza della ’ndrangheta in Lussemburgo. Il piccolo Paese europeo è al centro dell’area che presenta infrastrutture più efficienti d’Europa. A un passo dalla Germania, prima di tutto, con cui condivide la lingua ufficiale, che era già meta preferita per la colonizzazione europea da parte della mafia calabrese. I porti di Rotterdam e Anversa, infine, hub strategici per il traffico di stupefacenti dal Sud America all’Europa, distano poche ore di auto. In Lussemburgo si sta materializzando quel processo di internazionalizzazione della ’ndrangheta che in Paesi quali Canada, Australia e Germania si è già concluso con successo.

Secondo Federico Varese, professore di criminologia all’università di Oxford, la ’ndrangheta si sposta fuori dai confini beneficiando della rete di connazionali che per primi si erano insediati all’estero, familiari compresi. Questo, afferma Varese, è uno dei segreti della mafia calabrese: “La ’ndrangheta riesce a essere molto più presente a livello internazionale rispetto alle altre mafie italiane anche grazie al fatto che tra loro gli affiliati sono tutti parenti”.

Inizialmente operai, commercianti e imprenditori edili, oggi la comunità italiana in Lussemburgo è presente in tutti gli strati della società civile e politica. Nel Granducato troviamo persone di origini italiane nel governo, nella Camera dei Deputati, nelle amministrazioni comunali, segno che l’integrazione dei nostri concittadini è ormai totale.

L’evoluzione della comunità italiana è cresciuta costantemente fino al 1970, per poi assestarsi e riprendere a crescere nei primi anni Duemila. Ad attirare tanti dei nostri connazionali contribuiscono il reddito procapite più ricco d’Europa e la disoccupazione più bassa tra i Paesi Ue.

’Ndrangheta imprenditrice

Tra il 2000 e il 2016, gli italiani in Lussemburgo sono cresciuti di 8.500 unità. In un Paese che secondo i dati 2020 è popolato per il 47% da stranieri, quella italiana è la terza comunità più numerosa dopo quella portoghese e francese. “Storicamente – spiega Anna Sergi, professoressa e ricercatrice all’università di Essex tra i maggiori esperti del fenomeno di internazionalizzazione della ’ndrangheta – mentre il Siderno Group of Crime stava sfruttando le opportunità date dalla loro presenza in Canada e in Australia, i clan di Mammola avevano le entrature giuste per colonizzare il Benelux, grazie a relazioni personali e familiari già presenti nell’area.

E, come hanno svelato indagini, quali ad esempio la nota “Crimine”, i clan di Mammola sono sempre stati parte della ’ndrangheta di Siderno, dalle cui gerarchie hanno preso ordini e direzioni”.

Mammolesi sono due giovani fratelli che nel 2014 hanno aperto la società I Bronzi sarl. Intestata a quest’ultima risultava Happy Yogo, una yogurteria nel centro storico di Differdange. I Bronzi ha avuto però vita breve, dichiarata dormiente soltanto un anno più tardi e rilevata da un giovane di Siderno nel 2019 che ha nominato amministratori Rumbo e un venticinquenne di Siderno. Nello stesso anno i tre di origine calabrese hanno aperto un’altra attività di ristorazione a pochi minuti dal centro di Differdange, il Diff K’Fé Bar, al cui indirizzo hanno trasferito la sede de I Bronzi.

L’ex amministratore nonché proprietario mammolese apre nel 2019 un’altra società che vivrà un percorso simile, la SAA sarl. A questa risulterà intestato il ristorante Giulietta & Rome, il quale però verrà chiuso nell’agosto 2020, a poco più di un anno dall’apertura. Alla fine di queste girandole societarie, rimane quale unico socio amministratore un altro soggetto cresciuto in un contesto di ’ndrangheta: Salvatore Scali.

Salvatore è il figlio di Rodolfo Scali, condannato nell’ambito del processo scaturito dall’indagine Crimine del 2010 perché considerato il capo locale di Mammola. Rodolfo occupava anche un ruolo di primo piano in una delle ramificazione della ’ndrangheta in Piemonte in qualità di responsabile per l’assegnazione delle doti nella locale di Cuorgnè, in provincia di Torino.

Gli inquirenti hanno rilevato come i due Scali avessero avviato attività di import-export nella cittadina di Charleroi, lo scalo aereo low-cost alle porte di Bruxelles, insieme a due fratelli originari di Mammola. Qui il gruppo, stando a recenti indagini antidroga, avrebbe facilitato la latitanza dei due omonimi cugini Bruno Giorgi originari di San Luca, ricercati per narcotraffico internazionale.

Il rischio che corre la comunità mammolese nel sud del Lussemburgo è infatti di diventare un obiettivo della criminalità organizzata calabrese, in cerca di connazionali saldamente integrati sul territorio e in grado di offrire il necessario livello di copertura ad attività illegali. “Mammola – spiega la professoressa Anna Sergi – è un paese minuscolo che non offre molte opportunità ai giovani e perciò diventa fin troppo facile che i ragazzi vengano illusi dall’allettante possibilità di trasferirsi all’estero e aprire attività commerciali per e grazie alla ’ndrangheta e ai suoi soldi e contatti”.

La comunità migrante nel mirino della criminalità organizzata

Tra le decine di migliaia di società visionate dall’inchiesta OpenLux, in tutto sono state identificate persone appartenenti a 17 famiglie provenienti da Mammola, quasi tutte beneficiarie effettive di imprese nel settore della ristorazione nel sud del Lussemburgo. Uno dei tratti distintivi di queste attività è la loro breve durata. Ristoranti o bar aperti, a giudicare dalle fotografie scattate durante le inaugurazioni, con investimenti significativi, ma chiusi dopo pochi anni o addirittura mesi. Per gli inquirenti che hanno arrestato Santo Rumbo, potrebbe essere il segnale di una strategia per riciclare fondi illeciti, un modo di operare assai comune della ’ndrangheta.

Certezze non ve ne sono e per ottenerle servirebbero rogatorie verso un Paese che sulla segretezza bancaria e fiscale ha costruito il proprio successo. Ma se così fosse, il vero obiettivo per i clan non sarebbe tanto la creazione di un attività in grado di generare utili quanto invece le possibilità di aprire un conto bancario in Lussemburgo, e giovare di tutte le opportunità che questo comporta.

E se il Granducato si è prodigato a specificare come il Paese sia “sotto attacco da parte di un gruppo di giornalisti guidati dalla gelosia causata dalle economie dei loro Paesi” ancora prima dell’uscita dell’inchiesta, i riverberi di OpenLux si sono fatti sentire anche tra la comunità mammolese, desiderose di dissociarsi dal lato oscuro della propria comunità di origine. A intercettare i loro umori è passaparola.info, da quasi vent’anni voce della diaspora italiana in Lussemburgo: “Io sono nato in una famiglia del sud, numerosa e con onesti principi, che mi ha insegnato che col sudore si ottiene tutto. Non con altri mezzi. - racconta F. B. - Credo che la parte pulita di Mammola non debba farsi coinvolgere in queste situazioni, non debba mai associarsi con queste persone e nel caso di pericolo denunciare subito, mantenendo l’anonimato per proteggersi”.

Una giovane lussemburghese d’origine mammolese afferma che l’inchiesta giornalistica non è che una conferma ufficiale di quello che si raccontava già in mondo “informale” all’interno della comunità. Ma ribadisce con forza che tanti mammolesi hanno passato la loro vita a lavorare duramente nelle acciaierie e sui cantieri di questo Paese e che molti ci hanno perso la salute e la vita. “Sarebbe un peccato, dice, dimenticare chi è emigrato per lasciarsi alle spalle la precarietà della nostra terra e anche per sottrarsi al rischio della mafia e della corruzione. Questa faccenda non deve oscurare le storie delle persone oneste e di chi ha lavorato in maniera onesta”.

Hanno collaborato Cecilia Anesi, Giulio Rubino, Paola Cairo.

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