Scritto da Lorenzo Bodrero, reporter di inchiesta e fondatore del centro di giornalismo di inchiesta IRPI.

Editor: Angelo Paura (Blasting News) e Luca Rinaldi (IrpiMedia)

Tra gli addetti ai lavori è un problema noto da tempo, ma negli ultimi mesi è tornato prepotentemente a galla mostrandosi a tratti anche tra i non addetti. La maggior parte degli immobili confiscati alle mafie è abbandonato, occupato abusivamente o ipotecato, condizioni che di fatto ne rendono impossibile l’assegnazione. Gli ultimi dati pubblicati a dicembre 2020 da OpenRegio, il portale che raccoglie l’anagrafe dei beni gestiti dall’Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (Anbsc), dicono che il 53% degli immobili confiscati è ancora inutilizzato.

Un patrimonio di 18.644 locali a cui ancora non si riesce a trovare una destinazione. Di tutti i procedimenti di sequestro e confisca avviati dal 1982 ne sono stati “annullati o revocati” più di un terzo (36,4%), secondo l’ultima relazione del Ministero della giustizia, mentre solo il 4% è arrivato al riutilizzo.

Il tema è tornato di attualità lo scorso autunno, quando le associazioni no-profit da tutta Italia hanno chiesto all’Anbsc di visitare i beni disponibili nelle proprie aree di interesse.

Avevano risposto all’appello dell’Agenzia che il 21 luglio 2020 aveva pubblicato il bando per l'assegnazione diretta e a titolo gratuito ad associazioni del terzo settore di beni confiscati in via definitiva alle mafie. Una novità assoluta per il nostro ordinamento, che per la prima volta e in via sperimentale ha utilizzato la formula dell’assegnazione diretta a organizzazioni no-profit, nel tentativo di velocizzare l’iter di assegnazione dei beni confiscati che altrimenti ha una durata di decenni e spesso non porta ad alcun risultato.

Ma con il bando sono iniziati anche i sopralluoghi dei beni da parte delle associazioni che hanno così riscontrato vecchie criticità tutt’oggi ancora irrisolte.

Sicilia: la regione con il maggior numero di beni in attesa di esser assegnati

Ad esempio lo scorso dicembre in Sicilia, la regione con il maggior numero di beni confiscati in attesa di essere assegnati, i rappresentanti dell’associazione I giovani siciliani e di Arci Sicilia hanno setacciato gran parte degli immobili messi a disposizione dall’Agenzia su tutto il territorio regionale.

Ma quella che doveva essere una mappatura per individuare i più adatti da inserire nei progetti “è diventata un’inchiesta sulla malagestione dei beni stessi”, spiega a Blasting Investigations Matteo Iannitti, rappresentante di I giovani siciliani. Il bando ha messo ha disposizione 1.400 particelle catastali su tutto il territorio nazionale, tutti beni confiscati ma non ancora assegnati e quindi ancora in gestione all’Agenzia nazionale.

Quasi la metà di questi si trova in Sicilia, di cui 94 nella provincia di Catania. “L’80% di questi presenta problemi insormontabili che vanno dall’occupazione abusiva allo stato di totale abbandono”, racconta Iannitti, “e addirittura alcuni amministratori giudiziari non sapevano neanche dove si trovano o peggio non ci sono mai stati”.

Questioni che non si limitano al solo territorio etneo ma “coinvolgono quasi tutti i beni localizzati in Sicilia”, precisa Iannitti. È ancora presto per stilare un bilancio su questo tentativo ambizioso per velocizzare la destinazione di almeno una parte dei beni confiscati, ma le testimonianze raccolte in Sicilia non promettono bene.

È il caso, per esempio, del complesso residenziale di Gravina (provincia di Catania) confiscato nel 2016 al capomafia etneo Maurizio Zuccaro, parente e socio del clan Santapaola, oggi all’ergastolo in regime di 41-bis. Dieci villette che, si è scoperto durante un sopralluogo, a cinque anni dalla confisca erano ancora occupate dai famigliari di Zuccaro fino a poche settimane prima del sopralluogo.

Confusione delle istituzioni e assenza di organizzazione

Sempre nella provincia etnea si trova il tesoro immobiliare di Antonino Sangiorgi, già consigliere provinciale in quota Udc e condannato a cinque anni di carcere nell’ambito dell’inchiesta “Iblis”, che aveva coinvolto l’ex presidente della regione siciliana Raffaele Lombardo. I venti lotti inseriti nel bando destinati al terzo settore comprendono cinque ettari di terreno, un agrumeto e un casolare con piscina oltre a un box auto e un garage. Anche qui, nonostante la confisca fatta a fine 2017, le associazioni hanno trovato un’azienda ancora attiva, capace di produrre decine di migliaia di arance all’anno. “Ma non solo - racconta Iannitti - il coadiutore dell’Agenzia non sapeva neanche dove fosse localizzato il bene perché il collega che lo ha preceduto è mancato”.

Secondo i volontari, al destinatario della confisca era persino intestato il contratto della luce, ancora attivo.

Gli scandali e i ritardi di Piemonte e Lombardia

Il fenomeno però non riguarda soltanto gli immobili messi a disposizione nel recente bando, né è circoscritto al solo Mezzogiorno. In una delle ville simbolo della lotta alla mafia in Piemonte sono state trovate, nel 2018, due bombole a gas messe con il chiaro intento di danneggiare l’immobile. Era appartenuta a Nicola Assisi, uno dei più importanti broker della cocaina al servizio della ’ndrangheta e che aveva fatto di San Giusto Canavese, 30 chilometri a nord di Torino, il proprio quartier generale. Quell’attentato non ebbe successo e, seppur danneggiata, la villa è stata assegnata a una cooperativa sociale.

Ma tra la confisca del bene è l’assegnazione sono passati otto anni.

Un lasso di tempo che accomuna quasi tutti i beni confiscati. Secondo i dati raccolti dalla Corte dei conti, tra sequestro e confisca definitiva trascorrono in media sette anni. E per comunicare l’avvenuta confisca all’Ansbc servono mediamente altri 470 giorni, con picchi che arrivano anche ai 15 anni. Tempo più che sufficiente perché l’immobile venga svuotato dai proprietari originari, danneggiato oppure occupato abusivamente, facendone decrescere il valore e intralciando, spesso irrimediabilmente, il percorso di assegnazione.

Ma una volta superata la burocrazia e i suoi tempi quasi infiniti, le complicazioni possono arrivare anche dopo che la confisca è stata dichiarata definitiva.

Il codice antimafia ne consente infatti la revoca (art. 28) anche dopo l’ultimo grado di giudizio. È il caso in corso a Cinisi, feudo di quel don Tano Badalamenti che fu il mandante dell’omicidio di Peppino Impastato. Si è scoperto che il figlio del boss, Leonardo, oggi 60 anni e ricercato dalle autorità brasiliane per traffico di droga, ha chiesto la restituzione di un grosso caseggiato confiscato alla sua famiglia.

La legge dà alle Mafie la possibilità di chiedere la revoca dell'assegnazione

L’Agenzia dei beni confiscati lo aveva assegnato al comune che, per ristrutturarlo, aveva usufruito di 400mila euro di fondi europei per poi darlo in gestione a un’associazione che oggi lo usa per mantenere vivo il ricordo del giovane attivista ammazzato nel 1978 a Cinisi, in provincia di Palermo.

Il figlio dell’ex boss fa leva su una sentenza non meglio specificata e in forza della quale ha denunciato il sindaco del comune siciliano, Giangiacomo Palazzolo, alle autorità per rimpossessarsi dell’immobile. Un paradosso in cui il primo cittadino è indagato per aver restituito alla collettività un bene appartenuto alla mafia, e dove il figlio inquisito di un boss di cosa nostra si rivolge allo Stato per ottenere la restituzione di un immobile ristrutturato con soldi pubblici. Il tentativo del figlio di “don Tano” però, al netto delle ragioni a cui si appella tutte ancora da chiarire, altro non fa che rivendicare quell’articolo 28 del codice antimafia che prevede la restituzione qualora vengano dimostrate determinate condizioni.

Il tempo di assegnazione di un bene è tra le criticità più gravi dell’intero sistema della gestione dei beni confiscati.

Secondo esperti del settore ascoltati da Blasting Investigations, il “potenziale mostruoso” di cui la normativa dispone è ancora molto lontano dall'essere realizzato.

I lunghi tempi necessari alla confisca, prima, e all’assegnazione, poi, rischiano di vanificare uno dei più ambiziosi strumenti di contrasto alla mafia. È per velocizzarne la destinazione che nel 2010 fu istituita l’Agenzia nazionale. Undici anni fa, una relazione parlamentare ammoniva: “Se non compressi drasticamente i tempi intercorrenti tra l’iniziale sequestro e la definitiva destinazione dei beni, si rischia di provocare una crisi irreversibile nel sistema di contrasto alle mafie”.

Dal bando appena concluso, l’Anbsc ha fatto sapere di aver ricevuto 160 progetti. “A me sembrano pochi rispetto alle potenzialità rappresentate da 1.400 beni a disposizione”, commenta in una intervista a Blasting Investigations Salvo Lipari, responsabile nazionale dell’Arci per le attività di antimafia sociale.

Per sostenerli economicamente, l’Agenzia nazionale ha stanziato un milione di euro all’anno per il triennio 2020-2022. Con la clausola che l’Agenzia copra al massimo un quarto delle risorse necessarie allo sviluppo del progetto. Significa che per 10mila euro erogati, un’associazione deve dimostrare di recuperarne ulteriori 30mila. “Sono pochi, è vero, soprattutto se consideriamo i problemi strutturali di questi beni e le difficoltà nel mondo dell’associazionismo in tempo di Covid, ma credo che aver fatto il primo bando diretto al terzo settore sia comunque un fatto positivo”, prosegue Lipari. “Lo interpreto come un tentativo da parte dell’Agenzia di far emergere le criticità che ingolfano l’intero procedimento”, conclude. I requisiti economici del bando sono invece troppo stringenti per Iannitti, dell’associazione I giovani siciliani, colpevoli di aver escluso una miriade di realtà più piccole: “In teoria è rivolto alle associazioni ma di fatto è destinato al privato, o comunque a realtà del terzo settore molto ben consolidate e in grado di generare profitto da questi beni”.

Leggi l'inchiesta di novembre 2020:

L’influenza dei gruppi ultracattolici sulla Corte europea per i diritti dell’uomo

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