La tutela della professionalità di tutti i lavoratori come espressione del lavoro dell’individuo è espressamente prevista dal codice civile. Tuttavia in casi eccezionali, proprio perché si vuole evitare di ledere la professionalità acquisita dagli stessi lavoratori, sono consentiti accordi di dequalificazione come alternativa al licenziamento. Il cosiddetto demansionamento, che scatta nel momento in cui il dipendente viene adibito a mansioni inferiori rispetto a quelle per le quali è stato assunto, può essere quindi disposto solo quando intervengono due ipotesi, cioè una modifica degli assetti organizzativi aziendali che incide sulla posizione del lavoratore o un ipotesi espressamente prevista dai contratti collettivi.

Anche il Jobs Act si è pronunciato sul demansionamento rendendo in breve più facile le ipotesi in cui il datore di lavoro, per decisione unilaterale, può procedere a dequalificare il lavoratore. Oggi quindi, a seguito della riforma sul lavoro, si può demansionare sia qualora i contratti aziendali lo prevedano per particolari esigenze di produzione o commerciali, sia in presenza di un semplice riassetto dell’azienda. Ciò ha determinato quindi un deterioramento delle tutele del lavoratore, che se non accetta il demansionamento rischia di perdere il posto di lavoro.

La Cassazione con una recente sentenza ha recepito le nuove norme sul demansionamento introdotte dallo Jobs Act.

Il caso da cui trae origine la sentenza della Cassazione

Protagonista della vicenda è stato un addetto all'ufficio legale di un’azienda bancaria che ha citato in giudizio la banca chiedendole il risarcimento dei danni per averlo demansionato, privandolo del ruolo dirigenziale e del relativo potere di firma degli atti di gestione.

A nulla però sono valse le sue doglianze sulla presenza di un notevole divario tra le mansioni svolte prima e dopo la dequalificazione, che si è protratta per oltre otto anni. La Corte di Cassazione ha rigettato il suo ricorso proprio perché non ha individuato nel suo caso quelle condizioni in presenza delle quali egli avrebbe potuto considerarsi demansionato. I giudici di legittimità hanno innanzitutto chiarito che l'attività da lui svolta, per quanto fosse importante e contraddistinta da una certa autonomia e da poteri di firma entro determinati limiti, non era tale da poter essere inquadrata nell'ambito dirigenziale.

Di conseguenza non c’è stato nessun arretramento di qualifica e dunque demansionamento, nè il suo trasferimento da una banca locale ad un Istituto specializzato nella gestione dei crediti ha comportato la perdita di esperienze e competenze professionali. (Corte di Cassazione sentenza n.23945 del 24.11.2015)

Ipotesi di esclusione del demansionamento

La Suprema Corte evidenzia che non può dar luogo ad un illecito contrattuale, nell'ambito della qualifica professionale d'appartenenza, il venir meno di singoli compiti se non vengano alterati i tratti essenziali delle competenze raggiunte dal lavoratore.

Vi sono delle ipotesi in cui, come nel caso di specie, si possono avere diminuzioni di compiti dei dipendenti proprio per non sacrificare operazioni economiche messe in atto nella gestione e nell’organizzazione dell’azienda. Ecco perché, a detta degli ermellini, non può dirsi demansionato l'addetto all'ufficio legale che ha solo perduto il potere di firma degli atti di gestione a seguito dell'inserimento del suo istituto bancario in altro di più ampie dimensioni.

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