Uno dei punti cardine della riforma della Pubblica Amministrazione a cui sta lavorando il Ministro Madia è la riduzione dei comparti da 12 a 4. Questa modifica sostanziale del mondo del Lavoro Pubblico è nata con l’ultimo Governo Berlusconi ed è ad opera dell’allora Ministro Brunetta. Che l’operazione venga portata avanti anche dall’attuale Esecutivo è un dato di fatto tanto è vero che la settimana prossima sono previsti tavoli di discussione tra sindacati ed Aran che potrebbero portare alla fumata bianca. Ma vediamo di cosa si tratta e che impatto avrà questa rivoluzione sui lavoratori.
Accordo in dirittura di arrivo
L'Agenzia per la contrattazione (Aran) ed i sindacati, sembrano aver trovato la quadratura del cerchio sul numero dei comparti che dovrebbe scendere a 4. Dopo l’ultimo incontro del 3 febbraio, la linea condivisa sembra prevedere la nascita del comparto Sanità, Scuola, Autonomie Locali e Funzioni Centrali. I problemi nascono nel far confluire lavoratori, interessi e strutture organizzative che fino ad oggi avevano una propria autonomia, in maxi aree con evidenti problemi gestionali. Nella scuola per esempio, confluiranno anche i comparti dell’Università, della Ricerca e dell’Afam (Alta Formazione ArtisticaMusicale). Unire altri lavoratori ai già corposo organico dei lavoratori della scuola (circa un milione di dipendenti), non sarà una cosa facile.
Più facile organizzare il maxi comparto della Sanità o delle Autonomie Locali che, escludendo il nodo dei dipendenti provinciali in esubero e da ricollocare, rimarrebbero grossomodo come sono oggi.
Problemi per i lavoratori
Un primo problema riguarda i sindacati, che come sappiamo sono impegnati al tavolo delle trattative per il rinnovo del contratto nel Pubblico Impiego come previsto dalla Corte Costituzionale.
La riduzione dei comparti ed il contratto collettivo, anche se sembrano due cose distinte, vanno di pari passo, proprio perché accorpare i lavoratori in macro aree significa anche cambiare i criteri di rappresentanza delle organizzazioni sindacali. Un primo nodo è calcolare proprio la rappresentanza sindacale, il numero di tessere minimo che un sindacato deve avere per sedersi al tavolo della discussione.
Saranno di fatto messi al bando quei sindacati che oggi hanno una rappresentanza sufficiente per comparti piccoli, ma che, per via della riduzione, non saranno più in grado di rappresentare una alternativa alle storiche tre grandi sigle nazionali, CGIL, CISL e UIL. Per il lavoratori il problema maggiore sarà quello di convivere in un grosso contenitore, che gioco forza sarà diverso dal punto di vista organizzativo e di funzioni da svolgere rispetto al comparto di provenienza. Dal punto di vista dello stipendio inoltre, il rischio è che si livelli tutto verso il basso, sia per salario che per i diritti soggettivi. Infatti, le previsioni dicono che sarà stabilizzato lo stipendio fisso che un lavoratore ha percepito nel vecchio comparto, ma non si è sicuri che anche le voci variabili dello stipendio restino uguali.
Il rischio di perdere le indennità per straordinario o quelle per i fringe benefit, cioè gli emolumenti premio per il singolo lavoratore, potrebbero portare ammanchi nelle tasche dei lavoratori. Riduzioni queste che si aggiungerebbero agli oltre 700 euro persi nel quadriennio 2010/14 per via della riduzione del salario accessorio o per via dei 6 anni di blocco della perequazione previsti dalla Legge Fornero, blocco che ripetiamo, ancora non è stato risolto.