Ci risiamo. Unicredit non riesce proprio a perdere il vizietto di dichiarare esuberi in Italia (ha siglato a febbraio un accordo per mandare a casa quasi tremila lavoratori) e contestualmente delocalizzare le attività all’estero. Se da una parte l'A.D. di Unicredit, Federico Ghizzoni, afferma che “occorre lavorare tutti insieme“ per garantire una rapida ripresa del Paese, dall’altra pratica il dumping sociale, favorendo l’occupazione dei giovani là dove la mano d’opera costa meno.

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È quanto si apprende da un comunicato sindacale della Fisac Cgil di Roma, in distribuzione in questi giorni tra i dipendenti di Ubis, società che gestisce l’area IT ed il back office del Gruppo bancario.

Dalle NewCo alle delocalizzazioni

La volontà di uno smantellamento quasi “scientifico” di alcune aziende del Gruppo da parte dei suoi vertici, appare ormai piuttosto chiara. È una politica che parte da lontano, dalla fine degli anni duemila, e che ha raggiunto l’apice nel biennio 2012-2013 con le esternalizzazioni di HR SSC (servizi amministrativi del Personale) confluiti in HP (che ha poi delocalizzato parte delle attività in Polonia) e di Invoices Management confluiti in Accenture (che poi ha delocalizzato alcune attività alle Mauritius).

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A seguire il trasferimento di alcune attività informatiche e di back office nella filiale rumena di UniCredit Business Integrated Solutions.

Ed ora si ricomincia con una nuova operazione di delocalizzazione in Romania: questa volta tocca alla Unit “Legal Services Italy”.

Dalle delocalizzanioni al back reshoring. Ma non per Unicredit

“La parola delocalizzazione sta andando un po' fuori moda”, dichiarava l’amministratore delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni, solo un anno e mezzo fa .

“Le aziende diventano sempre più globali, spesso si va su mercati fuori da quello di origine per essere vicini ai clienti. Pochissimi vanno per risparmiare sul costo del lavoro. Il concetto vecchio di delocalizzazione per risparmiare è superato e infatti stanno facendo proprio l'opposto (…)”. Evidentemente, questo concetto di “back reshoring” non vale per Unicredit, che anzi prosegue sulla strada dello svuotamento di attività di rilevante contenuto professionale in Italia per portarle all’estero con l’obiettivo, neanche troppo celato, di abbattere non già i costi, ma il costo del lavoro.

L’occupazione si crea in Romania

In un momento in cui il nostro Paese ha la percentuale di disoccupazione tra i giovani più alta dell’Unione Europea, la risposta “sociale” di Unicredit è la creazione di occupazione in Romania.

Non solo.

La banca si è resa disponibile per un impegno diretto e concreto nello sviluppo delle capacità informatiche delle università rumene, in un rapporto di tipo “domanda e offerta”, in cui il sistema bancario rappresenta il cliente, ed il mondo universitario, l'offerente. Sì, purtroppo è così: le nostre banche investono negli atenei rumeni e non nei nostri.

E la protezione dei dati?

Ma le preoccupazioni sollevate dai sindacalisti della Fisac di Roma non sono solo legate alla stringente e precaria condizione occupazionale.

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C’è anche la preoccupazione, ben evidenziata nel comunicato, che l’operazione di delocalizzazione della “Legal Services Italy” sia conforme alle norme di protezione e sicurezza dei dati. Occorre ricordare che si tratta della gestione di richieste avanzate dall’Autorità Giudiziaria, per le quali è fondamentale garantire il segreto istruttorio ed il rispetto di una stringente normativa.

Insomma, c’è più di un motivo per mettere in allarme e creare una certa apprensione tra i lavoratori e i sindacati.

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