È già stato ribattezzato come l'anno zero delle Pensioni. Il riferimento va al 2030, finito nel mirino dell'indagine del quotidiano “La Stampa”. Tra meno di 15 anni l'Inps rischierebbe di saltare, stando allo studio del giornale torinese. Il motivo? Il pensionamento dei nati nel biennio '64-65, 24 mesi in cui l'Italia venne attraversata dal miracolo economico. Una richiesta che per i conti pubblici Inps potrebbe tramutarsi in uno shock. Il periodo di difficoltà dovrebbe proseguire fino al 2035. Qualora venisse superato l'ostacolo “2030”, l'Inps tornerebbe a respirare tra il 2048 e 2060.

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Raffaele Marmo lancia l'allarme

Collaboratore di Sacconi ed Elsa Fornero, Raffaele Marmo conferma gli scenari apocalittici tratteggiati nelle ultime ore. «Entro quindici anni l'Inps rischia di saltare», così Marmo di fronte alle stime sulla disoccupazione e mancata crescita economica in Italia. Per il fondatore della start up Miowelfare.it, il 2030 non è una data poi così lontana e se la situazione dovesse rimanere la stessa anche nei prossimi anni il rischio sarebbe altissimo.

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Sottolineando come l'Inps preveda l'1,5 per cento di crescita del Pil ogni anno, Marmo ricorda che negli ultimi due anni i numeri sono stati nettamente inferiori: 0,8 nel 2015 e proiezione di 1,2 nel 2016.

La “bomba” demografica

Il professore Blangiardo, ordinario di Demografia all'Università Bicocca di Milano, ha descritto uno scenario inquietante ma allo stesso tempo realistico: nel 2040 la percentuale di pensionati rispetto ai lavoratori attivi sarà del 60 per cento (oggi è del 37 per cento).

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Pensioni

Che cosa significa? La spesa per le pensioni sarà pari al doppio. Tra le cause più importanti il calo demografico registrato nel corso degli ultimi anni. In Italia nascono sempre meno bambini, nel 2015 si è raggiunto il nuovo minimo storico con 488 mila unità. Una delle risoluzioni del problema sarebbe appunto un nuovo boom demografico. «Sempre che prima del 2050 l'Inps non scoppi», commenta amaro Blangiardo.

Il ruolo della flessibilità

Con maggiore frequenza si parla di una possibile riforma delle pensioni che tenga conto dell'introduzione della flessibilità in uscita.

Anche gli strenui difensori della legge Fornero continuano a sottolineare come sia necessario rivedere alcune rigidità dell'attuale riforma previdenziale. Il primo punto rimane la flessibilità. Sono due le proposte in campo: da una parte il ddl 857 di Cesare Damiano, dall'altra il piano Boeri. Entrambi propongono un'uscita anticipata dal mondo del lavoro a fronte di una penalizzazione sull'assegno pensionistico, tra l'8 e il 9 per cento. Contemporaneamente, si abbasserebbe la spesa previdenziale (quel famoso risparmio sottolineato più volte da Damiano) e si creerebbero nuovi posti di lavoro, abbassando così il dato sulla disoccupazione.

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“Sì al tavolo di confronto”

A questo proposito è intervenuto nelle ultime ore il presidente della commissione Lavoro Damiano, che si è detto d'accordo con Susanna Camusso circa l'apertura di un tavolo di confronto per parlare con il governo del tema legato alle pensioni. Per il parlamentare del Partito democratico la modifica della legge Fornero e altri correttivi porterebbero i cittadini nuovamente vicini alla politica. Nella sua analisi Damiano non dimentica né le pensioni dei lavoratori precoci né l'ottava salvaguardia per gli esodati né i lavori usuranti né l'opzione donna.

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