Il secondo incontro previsto per oggi 23 giugno in Parlamento, tra sindacati e rappresentanti del Governo Renzi sul tema previdenziale, servirà forse per capire meglio l’APE, l’Anticipo Pensionistico del Governo. Nessuna illusione che dall’incontro escano fuori progetti diversi da questo, troppo legata alle finanze pubbliche la flessibilità perché possa essere scelta un’altra via tra quelle depositate e ormai, quasi del tutto accantonate. Niente da fare quindi per quota 41, precoci, usuranti, quota 100 e qualsiasi altro provvedimento che è troppo costoso per le casse pubbliche.

APE per tutti, senza distinzioni di lavoratori

Il Governo crede talmente tanto in questo nuovo strumento che sembra lo voglia estendere a tutto l’universo dei lavoratori. Quindi, pensione anticipata per lavoratori dipendenti, lavoratori autonomi e perfino gli statali, che in genere hanno norme e strumenti pensionistici diversi dagli altri. Ma cosa significa anticipo per tutti? Come funziona l’APE, o meglio come funzionerà, grosso modo sembra chiaro a tutti. Si potrà anticipare l’uscita dal lavoro non appena compiuti 63 anni e 7 mesi di lavoro, avendo nello stesso tempo raggiunto la quota minima di contribuzione necessaria, cioè 20 anni di versamenti. Fin qui tutto ok, notizia sicuramente interessante per chi auspica l’uscita dal lavoro per il meritato riposo.

I problemi però sono nella struttura dell’APE, nei sacrifici che chiede ai lavoratori. Infatti, viene definita pensione ma si tratta di un vero e proprio prestito bancario. In definitiva, chi vuole lasciare il lavoro con massimo 3 anni di anticipo, lo potrà fare, ma ottenendo un prestito da una Banca che l’INPS erogherà come fosse una vera e propria pensione. I soldi che si otterranno con questo assegno pensionistico in prestito, dovranno essere restituiti alla Banca, sempre tramite l’INPS, che opererà le trattenute mese per mese e per 20 anni, una volta che si raggiungeranno i requisiti di oggi, cioè 66 anni e 7 mesi di età. In parole povere, la Legge Fornero ancora viva e vegeta e per cercare di renderla meno severa, il Governo agevola l’ottenimento di un prestito da una Banca per accompagnare alla pensione i lavoratori.

Ecco i tagli categoria per categoria

Il quotidiano “La Repubblica” ha preparato uno schema che mostra quanto ci rimetteranno i pensionati. Rimetteranno è proprio la parola esatta anche se dal Governo ci tengono a precisare come non si tratti di penalizzazioni ma solo delle rate da restituire. Lasciando da parte le differenze di definizione, quando un lavoratore, raggiungerà i 66 anni e 7 mesi, cioè quando andrà per davvero in pensione, riceverà un assegno inferiore a quello che avrebbe dovuto prendere lavorando ancora. In primo luogo mancheranno gli ulteriori 3 anni di contributi e già questo significa perderci qualcosa. Poi, come spiega il quotidiano, un operaio a cui spetterebbe una pensione di € 1.000 netti al mese, si indebiterebbe, per 3 anni di anticipo, per € 39.000.

Dopo i 3 anni in prestito, inizieranno le trattenute, che per 20 anni saranno di € 199,64 al mese che porteranno la pensione a poco più di 800 euro al mese. Per un autonomo, con assegno di € 800 netti il debito sarebbe di € 31.200, con rata da € 159 e pensione definitiva da € 641. Un impiegato invece, ipotizzando un assegno da € 2.500, anche se non tutti sono d’accordo con queste cifre perché sembrano eccessive per la pensione, il debito sarebbe di € 97.500 euro, con taglio € 499 e assegno da prendere di € 2.000. In definitiva, per le pensioni più basse, il taglio sarebbe di meno, ma renderebbe misera la pensione futura, mentre per le pensioni alte, taglio pesante. Dubbi quindi sull’appeal del provvedimento che crediamo venga accettato proprio dai più disperati, dai senza lavoro e senza pensione, da chi non ha davvero un reddito su cui contare. Questo in barba al sogno che agevolando l’uscita dal lavoro, senza spendere soldi pubblici e consentendo nuove assunzioni di giovani al posto dei vecchi lavoratori.