Uno degli interventi più attesi dal punto di vista previdenziale è sicuramente quello che consentirebbe ai lavoratori precoci di lasciare il lavoro senza attendere i 42 anni e 10 mesi di contributi necessari oggi. La portata dell’intervento e la vasta platea che il Governo considera essere quella dei precoci, rendono d’obbligo il condizionale. Le difficoltà maggiori infatti saranno quelle delle coperture finanziarie perché questo che se mai sarà inserito nella Stabilità, sarà la misura probabilmente più costosa tra quelle relative alle pensioni.
Ecco perché nel ventaglio di ipotesi che si sono fatte strada durante gli incontri tra Governo e sindacati, ci sono sul tavolo tre tipologie di interventi, ognuno diverso ed ognuno con costi diversi. Eccoli uno per uno e come potrebbero funzionare.
Quota 41 è la richiesta dei lavoratori
I lavoratori che hanno iniziato a lavorare molto giovani, prima della maggiore età, questi sono i soggetti che vengono comunemente definiti precoci. La categoria è sicuramente una delle più penalizzate dalla riforma Fornero che, nonostante si pensasse di cancellare, resterà in vigore anche per l’anno prossimo. Tutti gli interventi previdenziali in cantiere infatti, mirano a rendere meno dura la Legge Fornero, a facilitare i lavoratori nell’uscita dal lavoro come requisiti per la pensione, ma non cancellano le soglie fissate proprio dalla Fornero.
Per i precoci la Fornero ha innalzato i requisiti minimi di contributi al raggiungimento dei quali si può andare in pensione. Se prima del 2011 si poteva uscire con 40 anni di contributi senza limiti anagrafici, adesso la soglia è salita a 42 anni e 10 mesi. I lavoratori, uniti in comitati, gruppi social e così via, chiedono che la soglia scenda a 41 anni di versamenti. Chiunque abbia raggiunto 41 anni di contributi versati ed abbia almeno un mese di contributi versati prima di diventare maggiorenne, rientrerebbe tra i lavoratori che nel 2017 possono andare in pensione, a prescindere dal loro anno di nascita. Operazione di difficile realizzazione dicevamo perché sono moltissimi gli italiani con quelle caratteristiche.
Precoci sì ma non tutti
Una via che ha preso piede in queste ultime settimane è quella che mira a ridurre la platea di soggetti da considerare precoci. Riduzione di lavoratori da mandare in pensione significa riduzione dei costi dell’operazione. Ecco perché i tecnici del Governo stanno quantificando cosa si può fare per ridurre la spesa pubblica in caso di concessione della quota 41. SI pensa al paletto dell’anno completo di lavoro, cioè di considerare precoci solo coloro che hanno minimo un anno di lavoro completo svolto tra i 14 ed i 18 anni di età. Quindi, non si è precoci se non si ha un anno di lavoro completo, con contribuzione effettivamente versata in quella fascia di età. A prima vista, la riduzione di platea sarebbe minima, quindi poco appetibile come misura perché si risparmierebbe qualcosa rispetto alla quota 41 per tutti, ma non abbastanza vista la precarietà delle casse statali.
Bonus contributivo
Sicuramente più appetibile questa ultima strada, quella del bonus contributivo da concedere ai precoci. Lo conferma il fatto che questa sia la via fuoriuscita dall’incontro del 29 luglio, l’ultimo prima della pausa estiva avuto dal Governo con i sindacati, sul tema della previdenza. Il provvedimento propone di dare un bonus in termini di contributi versati prima di diventare maggiorenne. Un valore aggiunto ad ogni anno di versamenti prima della maggiore età, tra i 4 ed i 6 mesi per anno. In definitiva, aver lavorato 4 anni durante la minore età, ai fini previdenziali varrà come 6 anni o quasi. Significherebbe scontare 2 anni alla soglia dei 42 anni e 10 mesi. Si uscirebbe con 40 anni e 10 mesi nei casi limite, cioè con continuità lavorativa fin dai 14 anni.