Quello di oggi, 23 marzo, doveva essere l’incontro che avviava la fase 2 dell’operazione riformatrice del sistema previdenziale. Si doveva parlare di pensione di garanzia ai giovani di oggi, di sistema contributivo e così via. Doveva partire la seconda parte del lavoro perché la prima doveva già essere stata completata. Invece, i continui ritardi e rinvii dei decreti attuativi delle novità previdenziali dell’ultima Legge di Bilancio, portano l’argomento decreti, Quota 41 ed APE, sul tavolo odierno. La partenza delle novità resta il 1° maggio e visti i tempi ristretti, con tutta probabilità, oggi, al termine dell’incontro, potrebbe essere indetta una conferenza stampa che spiegherà i decreti delle due novità pensionistiche.

APE

L’APE è l’anticipo pensionistico a partire dai 63 anni con 20 di contributi effettivamente versati. Un anticipo rispetto alla pensione di vecchiaia fissata a 66 anni e 7 mesi, sempre con 20 di contributi, ma in questo caso, anche figurativi. Questa nella versione volontaria, con la pensione erogata da una banca, come fosse un normale prestito. Si potrà richiedere l’85% della pensione maturata alla data di presentazione della domanda, con un importo massimo di 1.500 euro al mese e sempre che la pensione erogata non sia inferiore a 750 euro. I soldi percepiti, una volta in pensione davvero, cioè a 66 anni e 7 mesi, devono tornare alla banca, con un tasso tra il 4,5 ed il 4,7% annuo, sempre che non venga inserito il tasso variabile che consente alle banche, nella peggiore delle ipotesi, di aumentare le aliquote durante gli anni del prestito.

Sulla convenzione con l’Associazione delle Banche (ABI), il Governo dovrebbe fare luce dopo i decreti. Stesso discorso per la convenzione con ANIA, cioè gli assicuratori. Infatti, il prestito è assicurato contro il decesso prematuro del pensionato-debitore e le spese assicurative si dovrebbero assestare al 29% del montante prestato dalle banche.

Tutti questi oneri accessori e interessi, si uniranno all’entità del prestito erogato negli anni di anticipo e costituiranno la rata di debito da pagare. Il prestito andrà restituito in 20 anni e in 13 mensilità per anno, con trattenute sulla pensione futura dei pensionati in anticipo.

La parte assistenziale delle misure

L’APE sociale, invece, prevede che il debito venga saldato a nome del pensionato, da parte dello Stato.

Una versione più assistenziale che previdenziale di anticipo pensionistico. Anche quota 41 ha un indirizzo simile, con la possibilità di andare in pensione anticipata con 41 anni di contributi e senza limiti anagrafici, ma solo se disagiati. APE sociale e quota 41 si assomigliano come perimetro di applicazione, perché riguardano disoccupati, invalidi e lavoratori alle prese con attività gravose. I disoccupati devono essere con un vuoto reddituale (nessun ammortizzatore sociale) da 3 mesi, mentre gli invalidi devono essere con almeno il 74% di invalidità accertata (anche invalidi a carico). I lavori gravosi sono sempre le 11 categorie previste in manovra di Bilancio, dalle maestre di asilo agli edili e camionisti, tanto per citarne alcune.

Per l’APE sociale servono 30 anni di contributi per disoccupati ed invalidi o 36 per i lavori gravosi. In quota 41 bisogna essere precoci, cioè avere almeno uno dei 41 anni di contributi, versati prima dei 19 anni di età. Gli appunti mossi dai sindacati e che saranno ribaditi oggi, riguardano proprio alcuni punti di queste misure assistenziali. Bisogna detonare i 6 anni di continuità lavorativa prima di presentare domanda per APE e quota 41. Un fardello che escluderebbe gli edili dalle due misure. La proposta che indiscrezioni danno per vicina ad essere accettata è di escludere i periodi di disoccupazione dal computo dei 6 anni. Inoltre, la questione dei figurativi, contributi che secondo le norme di APE e quota 41, non valgono come per la pensione di vecchiaia o di anzianità, cosa che esclude anche il cumulo gratuito per le carriere discontinue per i richiedenti le due misure.