Le possibilità che con i decreti attuativi di cui tanto si parla, la riforma delle Pensioni uscita nella Legge di Bilancio, subisca cambiamenti radicali, sono ridottissime. Il motivo è quello temporale, perché è evidente che più tempo passa, più ci si avvicina al fatidico 1° maggio (giorno di avvio di APE e Quota 41) e meno possibilità di correggere le misure ci sono. Il Governo ha fatto sapere che la data di lancio delle misure, che coincide con la ricorrenza della “Festa dei Lavoratori” (coincidenza?), sarà rispettata.

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Ma le misure previste sono piene zeppe di anomalie e stranezze che andrebbero corrette. Tra APE e quota 41 infatti, molti lavoratori non riusciranno a centrare i requisiti di uscita né per una misura e neanche per l’altra.

Niente APE per i precoci

Una stortura evidente è l’Anticipo Pensionistico che non si applica ai precoci. Va ricordato che l’APE è un anticipo di pensione per quelli che si trovano a 3 anni e 7 mesi dalla pensione di vecchiaia che si centra a 66 anni e 7 mesi. Sia nella versione volontaria, dove servono 20 anni di contributi, che in quella agevolata, con contributi variabili, fissati a 30 o 36 anni a seconda delle categorie dei lavoratori, l’uscita è prevista a partire dai 63 anni.

Per quota 41 invece, il vincolo anagrafico non esiste, perché basterà raggiungere i anni di contributi, a prescindere dall’età in cui si raggiungono. Si tratta di un anticipo rispetto alla pensione di anzianità che oggi si centra con 42 anni e 10 mesi di versamenti (41 e 10 per le donne). Le due misure si incastrano solo per la questione dei disoccupati, invalidi, con invalidi a carico o lavoratori addetti a mansioni gravose. Queste categorie di lavoratori rientrano tra i possibili beneficiari sia di APE che di quota 41.

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Un lavoratore che ha iniziato a lavorare prima dei 19 anni, se non raggiunge i 41 anni necessari per quota 41, anche se rientra tra le categorie prima citate, non potrà rientrare in nessuna delle due misure. L’APE, sia nella versione volontaria che in quella assistenziale, non può essere richiesta dai precoci.

Soggetti esclusi dalle due novità pensionistiche

Ed è così che milioni di lavoratori, non potranno beneficiare di questi provvedimenti che sarebbero dovuti servire per detonare l’asprezza normativa della Legge Fornero.

Infatti, anche se ci si trova a pochi anni dai 42,10 che servono per la pensione di anzianità, oppure a pochi anni dai 66,7 previsti per la quiescenza di vecchiaia, non è detto che si rientri nei due scivoli previsti, cioè in APE e quota 41. Ad un lavoratore che si trova ad aver maturato 38 anni di contributi e magari, 60 anni di età, non viene concessa l’APE perché non ha ancora raggiunto i 63 anni minimi necessari. Questo a prescindere che sia disoccupato, invalido o in attività logoranti. Allo stesso tempo, non potrà lasciare il lavoro con quota 41 perché non ha ancora centrato i 41 necessari per lo scivolo precoci.

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In un modo o nell’altro, dovrà restare al lavoro per almeno 3 anni, anche se rientra tra le categorie di disagiati a cui le misure dovrebbero essere concesse. Al precoce con anzianità contributiva tra i 38 ed i 40 anni, non viene concessa la possibilità di lasciare il lavoro nemmeno con il prestito previsto dall’APE volontario, per gli anni che mancano ai 42 e 10 mesi della pensione di anzianità. Alle anomalie di cui parliamo, si devono aggiungere i soggetti che, anche se hanno centrato i requisiti necessari per le misure, si scontrano con i paletti previsti dalle stesse. È il caso degli edili che non hanno 6 anni di continuità lavorativa e che per questo motivo, sono fuori da quota 41 o APE nonostante hanno raggiunto 41 anni di contributi o 63 di età. Stessa sorte per invalidi che non hanno il 74% di invalidità, disoccupati che non sono stati licenziati ma che hanno perduto il lavoro per fine contratto e quelli che non hanno chiuso con la Naspi da almeno 3 mesi.