Uno dei punti più discussi quando si parla di novità previdenziali, cioè le ormai celebri Ape e Quota 41 è senza dubbio la platea dei beneficiari. Le norme delle due misure e la serie di paletti in esse inserite, rischiano di ridurre di molto il numero di potenziali beneficiari di quelle che a tutti gli effetti risultano essere delle scorciatoie per anticipare la pensione. Ecco perché da più parti, fin dall’uscita delle bozze delle due misura, viene richiesto un ampliamento dei beneficiari.

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I decreti attuativi non sono stati ancora ultimati e alla Camera, in settimana arriva in esame un decreto che potrebbe riservare qualche sorpresa da questo punto di vista.

La manovrina del Governo

La UE ha imposto all’Italia di provvedere ad emanare una nuova manovra finanziaria correttiva delle Legge di Stabilità di inizio 2017 che evidentemente non rispondeva alle richieste di Bruxelles. La cosiddetta manovra bis o manovrina è calendarizzata in settimana alla Camera.

Si tratta del decreto 50/2017 e proprio in occasione del suo passaggio a Montecitorio, i sindacati chiedono al Governo correttivi sul pacchetto previdenziale che a gironi inizierà la sua efficacia. I correttivi riguardano l’ampliamento delle categorie di soggetti alle prese con attività talmente gravose da suggerirne l’abbandono anticipato per andare in pensione. I sindacati chiedono di ampliare i potenziali beneficiari di queste categorie che rientrano sia nell’Ape sociale che in quota 41, magari eliminando alcuni paletti e vincoli, considerati troppo restrittivi.

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Cosa viene chiesto

Il primo punto che andrebbe rettificato, secondo le parti sociali, sarebbe quello della continuità lavorativa di 6 anni. In base a quanto stabilito infatti, i lavoratori alle prese con queste attività logoranti, dovrebbero risultare al lavoro in 6 degli ultimi 7 anni prima di presentare domanda. Questo alla luce di 12 mesi di franchigia inseriti all’ultimo minuto per detonare questo vincolo per i lavoratori alle prese con tipologie di lavoro discontinue come lo sono gli edili.

I sindacati però spingono affinché il periodo temporale, per così dire, di osservazione salga ad 8 anni, aumentando a 24 mesi la prima franchigia inserita. Altra richiesta è la riduzione a 35 anni dei contributi necessari per l’accesso all’Ape social, sempre per i lavori gravosi. Si tratterebbe di adeguare i contributi necessari all’accesso che ora sono fissati a 36, a quelli che servono per opzione donna o per la pensione anticipata agli usuranti.

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Si tratta, secondo le parti sociali, di riaprire la lavorazione di questi correttivi, interrotti durante il passaggio della Legge di Stabilità tra Camera e Senato, quanto quest’ultima, approvò la manovra senza correttivi per via della crisi di Governo post referendum e per le conseguenti dimissioni di Matteo Renzi. Si tratterebbe di inserire emendamenti a correzione di quanto stabilito allora. Da parte del Governo poi, trapela l’intenzione di mettere per davvero mano ai correttivi, per eliminare alcune evidenti discriminazioni che le norme di Ape e quota 41 hanno.

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Per esempio, i disoccupati che non avevano i requisiti per la Naspi, ad oggi sarebbero fuori dalla platea di richiedenti sia per l’Ape che per quota 41. Per i lavoratori agricoli poi, il fatto che la loro indennità di disoccupazione viene erogata l’anno successivo all’evento della perdita del lavoro, sposta di un anno anche l’eventuale richiesta di Anticipo pensionistico.

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