Sulla riforma delle Pensioni sono diversi i nodi che l’Esecutivo dovrà ancora sciogliere prima di iniziare a discutere la Legge di Bilancio dove probabilmente dovrebbe entrare un pacchetto previdenziale. Infatti dovrebbe essere la manovra finanziaria il contenitore dove inserire alcune delle nuove misure di cui tanto si parla in questi giorni. Resta da risolvere il nodo delle coperture finanziarie che è il problema maggiore da risolvere. L’Esecutivo è alla ricerca di risorse per la riforma previdenziale prima promessa in campagna elettorale e poi inserita nel contratto di Governo.
Quota 100, quota 41 e opzione donna sono le misure su cui l’Esecutivo è al lavoro ma tutti questi interventi devono essere fatti senza incidere troppo in termini di spesa pubblica.
Alla ricerca di risorse per la riforma
Il progetto di riforma di Lega e Movimento 5 Stelle, come promesso, punta al superamento della legge Fornero, con l’inserimento, in primo luogo della quota 100. Una misura che dovrebbe garantire al sistema una certa flessibilità in uscita garantendo la pensione quando età e contributi versati daranno 100. Nonostante sia una misura abbastanza costosa per le casse dello Stato, sulla quota 100 il Governo pare intenzionato a proseguire sulla sua strada, senza nessuna marcia indietro.
Quota 100 però non sarà allargata a tutti come inizialmente si diceva, perché al fine di evitare un impatto troppo forte sulla sostenibilità del sistema, la misura sarà appannaggio solo di soggetti con almeno 64 anni di età compiuta. Un paletto che ridurrebbe la platea di aventi diritto alla pensione lasciando in campo solo 3 combinazioni possibili, cioè 64 anni di età e 36 di contribuzione, 65 anni di età e 35 di contribuzione e 66 anni di età e 34 di contributi versati. A 67 anni infatti, come da tempo previsto, dal prossimo 1° gennaio si entra nel perimetro di applicazione della normale pensione di vecchiaia, quella che si centra con minimo 20 anni di lavoro.
Opzione donna invece sarebbe una misura più facilmente attuabile, almeno stando alle indiscrezioni delle ultime ore, perché la misura prevede il ricalcolo contributivo della pensione per le donne che sceglierebbero di anticipare l’uscita.
Si andrebbe in pensione con 57 o 58 anni di età e con 35 di contributi, ma il calcolo dell’assegno, interamente con il contributivo, significherebbe, per le donne che sceglieranno l’opzione, un assegno tagliato anche del 30/35% rispetto a quello che effettivamente spetterebbe.
I precoci
Le risorse per le nuove misure, o almeno una parte di esse, potrebbero arrivare dal taglio delle pensioni d’oro di cui Di Maio continua a parlare e di cui tratta un eloquente articolo del quotidiano “Il Sole 24 Ore”. In attesa che venga presentato il disegno di legge su questo taglio, le voci che trapelano sembrano confermare che si inizierà dagli assegni sopra i 4.000 euro al mese. Anche in questo caso il meccanismo sarebbe quello del ricalcolo degli assegni con il sistema contributivo.
In pratica, le pensioni verrebbero ricalcolate con il meccanismo basato sui contributi versati e non sulle retribuzioni medie. Un meccanismo penalizzante che ridurrebbe le pensioni a partire dalla soglia minima di cui Di Maio parla. Secondo i dati della società di consulenza Tabula e di cui il quotidiano parla nell’articolo, il Governo potrebbe recuperare tra 300 e 600 milioni di euro con questo taglio. Soldi che poi andrebbero spesi per finanziare almeno in parte le novità previdenziali in cantiere, tra cui anche la quota 41.
Quest’ultima sarebbe la nuova pensione di anzianità, che cancellerebbe la pensione anticipata della Fornero che dal 2019 salirà per gli uomini a 43 anni e 3 mesi di età.
Tutta la riforma però secondo i dati dovrebbe costare tra 10 e 15 miliardi ed appare evidente che il solo taglio degli assegni d’oro non basterebbe. Ecco che iniziano ad avanzare altre ipotesi, come quella dell’esperto di pensioni della Lega, Alberto Brambilla. Il Presidente del Centro Studi Itinerari Previdenziali, con una intervista rilasciata al quotidiano di Torino “La Stampa”, ha lanciato l’idea di applicare una trattenuta su tutte le pensioni sopra i 2.000 euro al mese, cioè un contributo di solidarietà che poi è un intervento che in passato ha già avuto l’ok della UE che continua a cercare di persuadere l’Italia a non intervenire sulle pensioni per non complicare i già precari conti pubblici del nostro paese.