Alcuni contributi versati durante la vita lavorativa possono risultare negativi per quanto concerne l’importo della pensione che si va a percepire.

Un paradosso del nostro sistema previdenziale che è stato portato all’attenzione dell’opinione pubblica da diversi siti web. Sembra assurdo ma è davvero così, perché alcuni contributi previdenziali versati anziché risultare positivi per l’importo della pensione che si va a percepire, risulterebbero dannosi.

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Il sito “quifinanza.it” ma anche “today.it”, spiegano quali sono questi contributi ed il motivo per il quale sono definiti dannosi.

Non tutto è perduto perché a questo paradosso si può porre rimedio, anche se per qualcuno, non in maniera totale. Ecco di cosa si tratta e cosa è consigliabile fare per non rimetterci nulla dal punto di vista dell’assegno previdenziale.

Il danno solo per le pensioni retributive

Occorre ribadire che la situazione si verifica solo per le Pensioni calcolate con il sistema retributivo, quello basato sullo stipendio medio dei lavoratori e non sui contributi versati come accade nel calcolo con il sistema contributivo.

Per chi percepisce una pensione calcolata con il metodo retributivo quindi, esiste la problematica dei contributi con effetti negativi sull'ammontare della pensione stessa. Perché si verifica questa situazione?

Con il metodo retributivo, la pensione viene calcolata tenendo conto degli stipendi percepiti dal lavoratore durante la vita lavorativa. Se come accade spesso, gli ultimi anni di lavoro producono stipendi più bassi, magari per cassa integrazione, mobilità o altri ammortizzatori sociali, evidente che si abbassi pure la pensione che viene calcolata sulla media degli stipendi.

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Ancora peggio per coloro che negli anni immediatamente precedenti la pensione, perdono il lavoro sfruttando le indennità di disoccupazione Inps. In pratica, si corre il rischio che la pensione sia di importo più basso di quella che sarebbe stata se l’attività lavorativa del pensionato fosse stata continua dal punto di vista degli stipendi.

Cosa si può fare

Il sistema retributivo dal 1996 è stato sostituito da quello contributivo, ma molte pensioni in essere, ancora oggi vengono pagate in base al calcolo retributivo.

La riduzione di stipendio degli ultimi anni di lavoro, anche se tamponata dalla fruizione di ammortizzatori sociali e strumenti di sostegno reddituale, continua a provocare assegni pensionistici penalizzati come importo. Qualcosa però si può fare, perché diverse sentenze di diversi tribunali hanno dato ragione a lavoratori che hanno chiesto un intervento della giurisprudenza su questa anomalia italiana.

In pratica si può salvaguardare la propria pensione “sterilizzando” i contributi che danneggiano gli importi degli assegni pensionistici.

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Cioè si può richiedere all’Ente erogatore della pensione (l’Inps per esempio), di non tener conto nel calcolo dell’assegno, di questi periodi di contribuzione dannosa.

Purtroppo l’operazione di salvaguardia è limitata solo a determinati periodi di contribuzione. Infatti, si può richiedere l’esclusione dal calcolo, solo dei contributi versati oltre le soglie contributive utili alle pensioni di anzianità o vecchiaia, rispettivamente di 42 anni e 10 mesi (per le donne 41 anni e 10 mesi) e di 20 anni.

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Un altro limite alla sterilizzazione è il periodo massimo che può essere escluso dal calcolo della pensione. Per periodi di lavoro a stipendio inferiore alla media storica oppure per periodi coperti da indennità di disoccupazione, si può evitare di inserire fino a 260 settimane di contributi, cioè 5 anni.

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