Ogni volta che il Ministro dell’Interno fa alcune dichiarazioni, le discussioni aumentano in misura esponenziale. Matteo Salvini, ospite della trasmissione “Porta a Porta” di Bruno Vespa su Rai Uno dello scorso 11 settembre, ha lasciato intendere che quota 100 potrebbe nascere con soglia minima di uscita a 62 anni. Una novità sostanziale della misura che dovrebbe essere inserita nella legge di Bilancio e che sembrava indirizzata agli over 64. Usare l’ipotetico è necessario perché la misura non è stata ancora varata e non è stato presentato ancora alcun decreto.

Resta il fatto che viste le prese di posizione dei partiti di maggioranza e viste le continue indiscrezioni che trapelano, il fatto che la misura sia in legge di Stabilità appare più di una semplice eventualità. Una cosa certa appare anche il fatto che con la nascita della quota 100, probabilmente l’Ape sociale non sarà rinnovata oltre la sua naturale scadenza fissata per il 31 dicembre 2018. In riferimento all’anticipo pensionistico nato con gli ultimi governi PD ed alla ipotetica misura che vorrebbe lanciare l’attuale esecutivo, una prima analisi sulle differenze tra Ape sociale e quota 100 è possibile.

L’età pensionabile

La prima cosa che cade all’occhio di chi è attento alle misure previdenziali è senza dubbio l’età pensionabile, cioè l’età a partire dalla quale un lavoratore può andare in pensione per ogni singola misura.

La prima ipotesi di quota 100, quella ancora oggi più gettonata e più attuabile nonostante le ultime esternazioni di Matteo Salvini, prevede l’età minima di uscita a 64 anni. Una misura che paragonata all’età pensionabile dell’Ape social appare penalizzante. Infatti l’anticipo pensionistico prevede fino al 31 dicembre 2018, una età di uscita minima di 63 anni. Evidente che molti lavoratori che puntavano all’Ape nel 2019, perché compiranno 63 anni l’anno venturo, dovrebbero posticipare le loro velleità di pensionamento all’anno 2020. Diverso il caso in cui passasse la proposta di Salvini, con l’età pensionabile che scende a 62 anni. In questo caso nel 2019 la platea di possibili pensionati aumenterebbe anche rispetto all’anticipo pensionistico, facendo rientrare soggetti con 62 anni compiuti.

I requisiti e i beneficiari sono differenti

La struttura delle due misure è molto diversa, a maggior ragione se si guarda ai requisiti di accesso previsti per l’Ape sociale e per l’ipotetica quota 100. Le due misure hanno in comune, seppur diversi, paletti e vincoli stringenti. L’Ape sociale è destinata a particolari soggetti, tutti in stato di disagio per svariati ed alternativi motivi. Disoccupati che da tre mesi sono senza reddito alcuno, invalidi o con disabili a carico o lavoratori alle prese con attività gravose (sono 15 categorie tra le quali maestre d’asilo, edili e infermieri delle sale operatorie), questi i soggetti a cui è destinata l’Ape. Per quota 100 invece, nessun particolare vincolo di categoria dovrebbe essere previsto, salvo la priorità da dare a soggetti che provengono da crisi aziendali ed esuberi come recentemente si è ipotizzato qualora le risorse disponibili alla misura siano inferiori al numero di domande che arriveranno.

Per quanto concerne i requisiti specifici oltre l’età anagrafica, l’Ape sociale appare più favorevole, soprattutto per quanto riguarda i contributi necessari. I senza lavoro e chi è alle prese con le invalidità, possono sfruttare l’Ape sociale con 30 anni di contributi versati. Con quota 100, con o senza l’ok alla linea del Vice Premier Salvini, servirebbero montanti contributivi più elevati. Visto che la misura prevede la somma tra età anagrafica e contribuzione versata che deve dare 100, evidente che serviranno, per esempio, 36 anni di lavoro ad un sessantaquattrenne per andare in pensione. Per coloro che rientrano tra i lavori gravosi invece, anche l’Ape sociale prevede 36 anni di contribuzione previdenziale accumulata, ma essendo l’età fissata a 63 anni, si può dire che con l’anticipo pensionistico si esce a quota 99, un anno prima o in meno rispetto alla quota 100.