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Oggi 31 ottobre termina la fase transitoria che i legislatori hanno imposto ad alcune novità provenienti dal decreto dignità entrato in vigore lo scorso luglio. Al fine di consentire alle aziende di mettere a posto la macchina amministrativa e la struttura organizzativa e di recepire le nuove disposizioni provenienti dal decreto, il legislatore aveva previsto questa fase di transizione. Da domani 1° novembre uno degli aspetti più discussi del decreto dignità inizierà a sortire i suoi effetti. Si tratta della cosiddetta stretta sui contratti a tempo determinato.

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Cambiano le regole per i contratti a termine, quello relativo alle assunzioni a scadenza dei cosiddetti lavoratori precari. Durata, possibilità di proroga ed altre novità che secondo le stime interesserebbero circa 500mila lavoratori.

La durata del contratto a tempo determinato

Con l’ingresso delle nuove norme si vuole mettere un freno all’abuso da parte delle aziende di questi contratti a termine, prorogati ripetutamente e che lasciano il dipendente sempre nella stesso stato di precario. Per i detrattori del decreto dignità, questa stretta potrebbe andare ad incidere negativamente sul numero degli occupati, andando ad aumentare quello dei disoccupati.

Infatti rispetto ad oggi, la normativa che entrerà in scena dal 1° novembre appare molto più rigida. Quanto può durare un contratto a tempo determinato? Secondo quanto prevede il decreto, un contratto a termine non potrà essere di durata superiore a 12 mesi. Come riporta un articolo del quotidiano Il Sole 24 Ore, i dodici mesi potrebbero essere prorogati solo fino ad un massimo di 24, ma la motivazione di questo prolungamento deve essere giustificata da particolari motivi. Sul quotidiano si fanno gli esempi riguardanti la sostituzione di altri lavoratori alle prese con le maternità o per temporanei aumenti della produzione aziendale difficilmente programmabili.

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Altre particolarità di queste novità

La stretta prevede anche una sorta di penalizzazione a cui andranno incontro i datori di Lavoro che intendono rinnovare o prorogare un contratto a termine. Il decreto prevede che per i contratti rinnovati il datore di lavoro dovrà pagare il contributo addizionale che per l’occasione sale dall’1,40% di oggi, all’1,90% con le nuove norme. Nei casi di rinnovo, a differenza della proroga, la causale, cioè il motivo che spinge l’azienda a rinnovare il contratto di un suo dipendente, deve essere sempre inserito.

Nella proroga invece la motivazione, alla luce delle novità normative, va inserita solo per rinnovi di contratti che hanno già superato i 12 mesi.