Il 14 luglio 2018 è entrato in vigore il cosiddetto Decreto Dignità che per molti addetti ai lavori ed esponenti politici dell'opposizione condurrà ad un peggioramento della situazione occupazionale italiana. D'altra parte, essendo entrato ufficialmente nel nostro ordinamento giuridico, dal prossimo 1 novembre comincerà ad espletare i suoi effetti.

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In particolare sui cosiddetti contratti a termine o a tempo determinato che dir si voglia. Le disposizioni del Decreto Dignità dovrebbero andare a modificare profondamente le modalità di rinnovo e proroga di questa tipologia contrattuale. Andando ad incidere, secondo le stime effettuate da "Il Sole 24ore" sui rapporti lavorativi tra aziende e lavoratori. In particolare dovrebbero essere circa 500mila i soggetti, tra imprese e lavoratori, interessati dai cambiamenti normativi.

Contratti a termine: dal 1 novembre arriva la stretta per lavoratori e aziende
Contratti a termine: dal 1 novembre arriva la stretta per lavoratori e aziende

Le motivazioni della 'stretta'

Fondamentalmente il motivo per cui la stretta sui contratti a termine partirà ufficialmente dal prossimo 1 novembre è dovuto al fatto che il Legislatore ha introdotto un periodo transitorio che scade proprio oggi 31 ottobre per consentire alle aziende di adeguare le proprie strutture organizzative ed amministrative alle nuove disposizioni contenute nel Decreto. Tale periodo transitorio, inizialmente non previsto, è stato introdotto successivamente dalla Legge di conversione del Decreto la Legge 96/2018 entrata in vigore il 12 agosto 2018.

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La finestra decisionale a favore dei datori di lavoro

Comunque, vista la complessità o, quanto meno la difficoltà, per alcune imprese non perfettamente strutturate da questo punto di vista, di adattare i propri sistemi gestionali interni alle nuove disposizioni normative, il Legislatore ha previsto la possibilità che i datori di lavoro scelgano liberamente e autonomamente di continuare a regolare i propri rapporti lavorativi secondo le regole pre vigenti Tale finestra temporale vale esclusivamente per i contratti a tempo determinato.

Inoltre, può essere applicata solo a quei contratti a termine che erano in corso alla data di entrata in vigore del Decreto Dignità, quindi al 14 luglio scorso. Inoltre questi ultimi sono stati prorogati precedentemente al 31 ottobre 2018 potranno continuare a ad avere una durata temporale di 36 mesi con la possibilità di usufruire di 5 proroghe complessive. E senza la necessità di chiarire la causa della proroga del contratto a termine.

La disciplina in vigore dal 1 novembre

Per tutte le altre tipologie di contratto a tempo determinato dovranno essere applicate le nuove disposizioni normative introdotte dal Decreto Dignità.

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Quindi la durata del contratto a termine potrà essere al massimo di 12 mesi senza l'indicazione di una causale specifica. Lo stesso contratto, d'altra parte, potrà avere una durata superiore ma fino ad un massimo di 24 mesi solo a fronte di motivazioni specifiche. Queste possono essere, ad esempio, legate alla sostituzione di altri lavoratori, come nel caso della sostituzione per maternità. Oppure possono essere giustificate da temporanei incrementi della produzione non programmabili.

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Infine la proroga del contratto a termine può essere giustificata da esigenze imprevedibili e impreviste di carattere assolutamente temporaneo e di natura straordinaria.

Per completezza di informazione occorre chiarire la distinzione giuridico - legale tra proroga e rinnovo. Con il termine "proroga" si intende la prosecuzione temporale del medesimo contratto alle stesse condizioni concordate originariamente. Diversamente, con il termine "rinnovo" si intende la rinegoziazione dei termini contrattuali originari mantenendo, comunque, le stesse mansioni. La distinzione ha una sua valenza pratica e molto concreta, soprattutto per i datori di lavoro. Infatti, mentre nella "proroga" l'esigenza di indicare la causale è obbligatoria esclusivamente nel caso di superamento dei 12 mesi canonici, nel "rinnovo" l'indicazione della causale è sempre obbligatoria. Per di più, da un punto di vista strettamente economico i contratti rinnovati risulteranno più costosi a causa dell'aumento dello 0,50% del contributo addizionale fissato ora all'1,90% dal precedente 1,40%.

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