Venerdì scorso, un summit tra esecutivo e Inps ha sciolto gli ultimi dubbi relativi alla grande novità pensionistica che entrerà in vigore nel 2019, cioè quota 100. L’ultima incertezza ancora in campo resta la data di avvio, sulla quale vanno registrate le ultime dichiarazioni del Vice Premier Matteo Salvini che ha assicurato tutti sul paventato ritardo nell’entrata in vigore della misura. Secondo il Ministro dell’Interno, il nuovo strumento previdenziale partirà a febbraio 2019, come promesso e senza intoppi.

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Ufficialmente però, nulla è ancora deciso sulla data di start up della misura, ma il tavolo tra governo ed Inps ha chiarito molti aspetti della misura che fin qui avevano generato confusione. Il cumulo della pensione in regime con quota 100 per esempio, viene confermato dal summit, ma diventa flessibile, come conferma un'attenta analisi riportata da un articolo del quotidiano romano “Il Messaggero”.

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Cumulo dei redditi da lavoro e pensione con quota 100

Il pacchetto normativo relativo alla quota 100 è pronto da tempo, così come il suo meccanismo. Le ultime limature però sono molto importanti per quanti rientrano tra i potenziali destinatari della misura. L’ultima notizia fuoriuscita dall’incontro tra ente previdenziale ed esecutivo, riguarda il divieto di cumulo tra redditi da pensione e reddito da lavoro per chi sfrutterà la quota 100.

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I 36 mesi fin qui paventati, che rappresentavano l’arco temporale fisso in cui i neo pensionati con la nuova misura, non avrebbero potuto cumulare redditi da lavoro con quelli della pensione, cambiano aspetto. Non ci sarà più tale soglia, ma, come spiega il Messaggero, questo limite diventa flessibile. La discriminante dovrebbe essere l’anticipo sfruttato. Infatti sembra che per chi lascerà il lavoro anticipando la pensione di un solo anno, non potrà cumulare pensione e lavoro per un anno dalla data di uscita dal lavoro.

Per chi esce con maggiore anticipo, cioè 2, 3, 4 o 5 anni prima, il divieto sale di pari passo, cioè 24, 36 e 48 mesi di divieto di cumulo. In pratica, chi sfrutta l’anticipo massimo previsto, cioè colui che esce dal lavoro e va in pensione con 62 anni di età e 38 di contributi, per ben 5 anni, cioè fino ai 67 anni, non potrà svolgere attività lavorative arrotondando la propria pensione. Un intervento che sembra calcolato per dare maggiori possibilità di assunzione ai giovani, come auspicato dal governo che prevede massicce assunzioni di nuovo personale in sostituzione dei fuoriusciti con quota 100.

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La misura è pronta

Dall’incontro sembrano sostanzialmente confermati tutti gli altri punti più discussi e discutibili della novità pensionistica. Le finestre mobili, meccanismo da anni non più utilizzato per l’accesso alle Pensioni torna in auge proprio con quota 100. Finestre di uscita che per i lavoratori del settore privato dovrebbero essere 4 ed a cadenza trimestrale. Se confermata l’ipotesi di Salvini, cioè con misura vigente già da febbraio, la prima finestra utile, soprattutto per coloro che completano i due requisiti entro fine 2018, scatterà ad aprile.

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Per i lavoratori statali invece, il discorso è più complicato, perché ci sarebbe da combattere il probabile esodo di massa di molti lavoratori pubblici che rappresentano l’identikit perfetto per la quota 100. Carriere lunghe e continue tali da garantire un congruo numero di contributi da racimolare per la misura, questo uno dei principi cardini della quota 100. Molti lavoratori statali oggi in servizio, hanno già completato, o completeranno presto i 38 anni di contributi necessari per la quota 100. Per loro però, probabile l’avvio della misura con finestre semestrali e con 6 mesi di preavviso da dare all’Ente per permettere a quest’ultimo di avviare le procedure di sostituzione del dipendente senza ingessare il lavoro nei pubblici uffici. Secondo il governo, questa differenza tra lavoro statale e privato dovrebbe essere viva per un paio di anni, il lasso di tempo che servirà alle Pubbliche Amministrazioni per dare vita ai nuovi concorsi per le assunzioni di nuovi addetti. Le combinazioni previste per la misura, oltre a quella con il massimo anticipo di 62+38, restano 63+38, 64+38, 65+38 e 66+38. Nessuna penalizzazione sarà prevista per la misura, sia come taglio di assegno che come calcolo delle pensioni. Ciò che andranno a percepire i nuovi pensionati non verrà calcolato interamente con il sistema contributivo, ma si utilizzeranno le normali regole oggi vigenti, quelle che per esempio, prevedono il calcolo contributivo solo per i periodi di versamento post Fornero (dal 2011) per chi ha 18 anni di contributi nel sistema retributivo. Le uniche penalizzazioni da calcolare, che tra l’altro non possono essere considerati tagli di assegno veri e propri, sono quelle relative ai minori anni di contributi che gioco forza si andranno a versare anticipando la quiescenza. Una perdita che secondo noti economisti, come il Presidente del Centro Studi Itinerari Previdenziali, Alberto Brambilla, si ammortizzeranno nel tempo, grazie al godimento della pensione che sarà sfruttata per più anni.

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