Una delle accuse più frequenti rivolte alla quota 100 da parte dei detrattori della manovra del governo è quella di essere una misura poco fruibile da chi ha carriere discontinue, non stabili e frammentate. Lavoratori stagionali, agricoli e edili sono tra le categorie lavorative più penalizzate dall’alto numero di contributi (38 anni) che richiede la nuova misura. Penalizzate anche, e soprattutto, le lavoratrici in “gonnella”, che storicamente hanno difficoltà a trovare occupazione nel segno della continuità.

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Spesso devono lasciare carriere e lavori per la cura della famiglia, come accade a tutte quelle che, prima o poi, diventano mamme. Oltre che quota 100, anche la pensione anticipata che prevede 41 anni e 10 mesi di contributi o la quota 41 per i precoci sono misure che mal si sposano con soggetti che hanno contributi previdenziali versati con numeri più bassi di queste pesanti soglie. Un presunto problema di discriminazione tra lavoratori e tra uomini e donne che porta sovente la politica ad interrogarsi ed a pensare ad aggiustamenti normativi atti a scongiurare questo fenomeno.

Lo dimostra il fatto che durante il passaggio in Senato del decreto Pensioni e reddito di cittadinanza, tra gli emendamenti è spuntato uno che riguarda proprio le pensioni per le donne.

Sconto di 4 mesi per figlio avuto

L’emendamento prevede uno sconto per le donne lavoratrici che negli anni hanno avuto figli. Sconti in termini di requisiti di accesso alle pensioni, cioè in termini di età pensionabile. Le mamme potranno lasciare il lavoro e andare in pensione ad una età inferiore ai normali requisiti oggi vigenti.

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Questo l’obbiettivo dell’emendamento a firma della Lega di Salvini che prevede fino a 12 mesi di sconto sui requisiti di uscita per le pensioni di vecchiaia e per quelle anticipate. Nello specifico, come riporta l’agenzia di stampa “adnkronos”, si tratterebbe di 4 mesi di sconto per ogni figlio fino ad un massimo di 12 mesi totali per chi ha avuto 3 o più figli durante la carriera lavorativa. Lo stesso emendamento propone la facoltà concessa sempre a queste lavoratrici, di scegliere se farsi calcolare la propria pensione con coefficienti di trasformazione dei contributi in pensione migliori di quelli normali.

Infatti i coefficienti sono tanto meno favorevoli al lavoratore in base a quanti anni prima si esce dal lavoro. La proposta prevede che alle donne optanti potrebbe essere utilizzato un coefficiente maggiorato di uno o due anni rispettivamente per chi ha avuto fino a 2 figli e per chi ne ha 3 o più. In alternativa, la lavoratrice può optare per la determinazione della quota di pensione calcolata secondo il sistema contributivo, con applicazione del moltiplicatore relativo all'età di accesso al trattamento pensionistico maggiorato di un anno in caso di uno o due figli, e maggiorato di due anni in caso di tre o più figli.

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Le vie di uscita flessibili per le donne

Per le donne, il decreto pensioni che adesso è in Senato per la conversione in legge ha previsto opzione donna. Adesso le vie di uscita possibili per le lavoratrici sono maggiori e più flessibili. Oltre alla pensione di vecchiaia con 67 anni, che rimane l’unica misura che prevede un numero abbastanza contenuto di versamenti previdenziali, cioè 20 anni, ci sono le pensioni anticipate, la quota 100, opzione donna, quota 41 e l’Ape sociale. Con la pensione anticipata come dicevamo, senza alcun limite di età servono almeno 41 anni e 10 mesi di contributi nel 2019. Di quota 100 tutto è ormai chiaro, con almeno 62 anni di età ed almeno 38 di contributi. Opzione donna prevede la pensione anticipata con il calcolo contributivo se entro la fine del 2018 si ha una età di 58 o 59 anni insieme a 35 di contribuzione. Le misure assistenziali di quota 41 e Ape invece sono destinate a disoccupati, caregivers, invalidi e lavori gravosi. La quota 41 senza limiti di età con 41 anni di contributi, mentre l’Ape sociale con 63 anni di età e 30 anni di contributi che salgono a 36 per chi svolge lavori gravosi.