Nel 2010 l’allora ministra Gelmini introdusse il concetto di “merito scientifico” nei concorsi per l’Abilitazione Scientifica Nazionale. Questo fa riferimento a criteri internazionali basato sulle soglie bibliometriche. Nelle intenzioni, questo doveva contrastare il malcostume accademico dove nei concorsi venivano regolarmente favoriti candidati sponsorizzati, indipendentemente dal merito. Puntuale sono arrivate le contromisure che hanno dato un forte impulso ai meriti dei nostri ricercatori collocandoli ai vertici della ricerca mondiale. Sarà tutto vero?

Una citazione è un titolo di merito

Quando un ricercatore termina un progetto di ricerca, il suo obiettivo è pubblicare i risultati su una rivista scientifica. Il valore di un giornale scientifico è determinato da quanti lettori lo leggono e, soprattutto, quanto questi lavori pubblicati vengono citati in altri articoli (bibliografia). Questo determina l’Impact Factor (I.F.).

Quindi un autore che fa una ricerca importante cerca di pubblicare su una rivista ad elevato I.F.

con l’auspicio che tanti altri autori in seguito citeranno il suo lavoro scientifico. Fin qui tutto regolare. Ma spesso, quando il progetto non è ancora chiuso, vengono pubblicati risultati parziali. Quindi succede che un autore, tra le referenze, andrà a citare alcuni suoi precedenti lavori (autocitazione). Anche questo è assolutamente lecito e normale.

Ma cosa è successo nel 2010? Fino a quell'anno, nei concorsi pubblici normalmente venivano favoriti coloro che avevano stazionato per anni in qualche laboratorio universitario in attesa del fatidico concorso, sperando nella clemenza della commissione nonostante una scarsa produzione scientifica (pochi lavori pubblicati) e/o di non elevata qualità (su riviste a basso I.F.).

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Scuola Scienza

Nel 2010 la ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini fece una riforma. Nei concorsi universitari, per l’Abilitazione Scientifica Nazionale, i candidati dovevano essere valutati anche per il loro profilo scientifico basato sul numero e sulla qualità delle pubblicazioni scientifiche.

Fatta la legge trovato l'inganno

Sul Corriere della Sera il giornalista Gian Antonio Stella - quello che insieme Sergio Rizzo nel maggio 2007 aveva scritto il libro-inchiesta “La casta”- ha scritto sul fenomeno del “doping” degli obiettivi bibliometrici della produzione scientifica made-in-Italy.

Un vero “miracolo” italiano basato sul fenomeno dell’autopromozione.

Stella fa riferimento ad un lavoro appena pubblicato sulla rivista PlosOne - “Citation gaming induced by bibliometric evaluation: a country-level comparative analysis - firmato da Alberto Baccini e Eugenio Petrovich dell’Università di Siena, e Giuseppe De Nicolao, di Pavia. Lo studio mette sotto accusa il sistema della ricerca ridisegnato dopo la riforma Gelmini del 2010.

In pratica i ricercatori italiani, per far aumentare il “valore” delle loro pubblicazioni, hanno iniziato a mettere in atto una serie di pratiche poco ortodosse: al primo posto c’è il fenomeno dell’autocitazione, come detto sopra. Seconda strategia è la creazione di cosiddetti “club citazionali” ovvero un accordo tra vari gruppi di ricerca, della stessa o di altre università, di inserire nei lavori “autori estranei” con l’impegno di vedersi ricambiato la “cortesia” quando a pubblicare sarà l’altro team.

Questa strategia porta ad un elevato vantaggio reciproco nel superare le “soglie bibliometriche” per arrivare all’Abilitazione Scientifica Nazionale.

La dimostra l’indice di produttività scientifica italiana che, a fronte di una riduzione di investimenti (ben al disotto della media europea), dal 2012 è significativamente aumentato (field-weighted citation impact). Con il risultato che le pubblicazioni dei ricercatori italiani hanno quasi raggiunto quelle statunitensi e, nella classifica europea l’Italia è al secondo posto, solo dopo il Regno Unito.

Questo non deve togliere nulla all'elevato profilo dei ricercatori e della ricerca italiana. Un miracolo che si origina dal nostro sistema scolastico e universitario, tra i migliori al mondo. Come testimoniato dal successo e apprezzamento ricevuto da tanti giovani laureati italiani che vanno a lavorare altrove. Altrettanto è il livello dei lavori scientifici pubblicati dai ricercatori italiani, indipendentemente se delle università pubbliche o private, o dell'industria.

Quello che non funziona è, evidentemente, il criterio di selezione. Regole che hanno “drogato” il sistema con il ricorso all'autocitazione per raggiungere gli obiettivi bibliometrici fissati da Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca).

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