Lo scorso anno, di questi tempi, l'allora Governo giallo-verde era al lavoro su quota 100 e quota 41. Oggi accade lo stesso, perché argomento del governo, che nel frattempo è diventato giallo-rosso è di nuovo quota 100. Ma se un anno fa si studiava come varare la riforma oggi si lavora su come cancellarla o sistemarla. La novità delle ultime 48 ore è che anche secondo la Ragioneria di Stato la misura costa troppo.

Dal 2019 al 2020 la quota 100 impatterebbe per 63 miliardi sulla spesa previdenziale. Una enormità che avvalora la tesi di quanti (molti Dem del nuovo governo) vorrebbero intervenire sostituendo la misura con una meno onerosa. Tra l'altro, già nel 2018 da Bruxelles arrivarono moniti all'Italia che stava decidendo di aumentare la spesa previdenziale con la nuova misura.

Chi verrebbe eliminato dalla misura

La Ue quindi non vedrebbe male un intervento in correzione che oggi è solo una ipotesi, ma non tanto campata in aria dopo ciò che ha detto la Ragioneria di Stato.

Sulla ipotesi di chiusura anticipata della misura, tagliandone la durata di uno o due anni, continuano ad arrivare smentite dal governo. Prima il Ministro Catalfo e ieri il Ministro Gualtieri al quotidiano "Il Sole 24 Ore" hanno sottolineato come la misura arriverà a sua naturale scadenza. Nessuno però ribadisce il come arriverà la quota 100 al 31 dicembre 2021, quando finiranno i 3 anni sperimentali con cui è stata prodotta da lega e Movimento 5 Stelle nel primo governo Conte.

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Pensioni

Continuano a fuoriuscire indiscrezioni che parlano di possibili ritocchi alla misura.

Una rivisitazione dello strumento che consente di lasciare il lavoro con 62 anni di età e 38 di contributi, che servirebbe per contenerne l'impatto in termini di spesa pubblica. Una ipotesi che se si dà retta ai dati dell'analisi sulla spesa pensionistica e sanitaria della Ragioneria di Stato, oppure ai diktat europei, appare necessaria.

Ed ecco che le ipotesi di inasprire i requisiti di accesso alla quota 100, portando l'età minima dai 62 ai 64 o innalzando il tetto minimo dei contributi da 38 ad almeno 39, restano le ipotesi più plausibili. Anche senza cancellazione della misura però, questi ipotetici interventi cagionerebbero penalizzazioni evidenti per diverse migliaia di lavoratori. In primo luogo, lo spostamento da 62 a 64 anni come età minima di uscita, costringerebbe chi oggi ha 61 anni di età, essendo nato nel 1958, a dover rivedere il suo programma di uscita dal lavoro ed attendere le soglie di uscita della riforma Fornero.

Non potendo più uscire nel 2020 con 62 anni, se davvero si spostasse a 64 anni l'età minima di quota 100, un lavoratore di questo tipo verrebbe tagliato fuori dalla misura perché compirebbe i 64 anni nel 2022, cioè quando quota 100 scomparirà perché una cosa certa è che le probabilità di proroga oltre il 2021 sono pari a zero. Con un anno di ritardo, la stessa cosa accadrebbe ai nati nel 1959, che con la pensione da quotisti sarebbero dovuti uscire nel 2021.

Per qualcuno sarebbe un vero disastro, un caso esodati bis

Per chi oggi ha 60 o 61 anni di età quindi, qualsiasi ritocco alla quota 100 sarebbe altamente penalizzante. Questi infatti oggi, come alternativa alla quota 100 hanno quasi esclusivamente le due misure pilastro del sistema, la pensione anticipata e la pensione di vecchiaia. Entrambe queste misure però, ancora oggi si basano sulla pesante riforma Fornero. La pensione di vecchiaia per esempio, si percepisce con 67 anni di età e con 20 di contributi. La pensione anticipata invece si centra con 42 anni e 10 mesi di contributi (per le donne 41 anni e 10 mesi), come nel 2018, ma solo perché il primo governo Conte ha deciso di bloccare l'aumento di 5 mesi previsto dallo scorso primo gennaio. Su quest'ultimo aspetto occorre sottolineare come sia stato oggetto di segnalazione proprio dal documento della Ragioneria di Stato dell'11 settembre scorso.

Secondo i tecnici infatti, come anche la Ue vorrebbe, occorre ripristinare immediatamente l'adeguamento dei requisiti di accesso alle Pensioni, con l'aspettativa di vita. In altri termini, occorrerebbe tornare a far salire i requisiti pensionistici in modo tale che l'invecchiamento costante della popolazione non gravi eccessivamente sulla spesa previdenziale. I lavoratori nati tra 1958 e 1959 che potrebbero essere i più penalizzati, come riporta il sito "quotidiano.net". Per via di questa ipotetica correzione della quota 100, questi soggetti dovrebbero restare al lavoro ancora per molto, se davvero verrà loro impedita di punto in bianco la possibilità di accedere allo strumento tanto caro alla Lega. Il danno sarebbe ancora maggiore per chi nel frattempo ha scelto di accordarsi con la propria azienda, per lasciare il lavoro nei prossimi due anni contando su quota 100.

C'è gente che ha deciso di farsi licenziare in attesa di arrivare ai 62 anni di età per la quota 100, magari tamponando la perdita del lavoro con la Naspi. Se quota 100 a 62 anni sparisse, questo lavoratore si troverebbe da subito o al termine della Naspi, senza pensione e senza lavoro. E nascerebbe un problema simile agli esodati della Fornero, magari non così rilevante numericamente come ciò che accadde nel 2012, ma comunque grave. Tra l'altro, anche congelando la misura per il 2020 ed intervenendo con uno stop o una correzione peggiorativa in quanto a requisiti, solo dal 2021, potrebbe causare un altro inconveniente. Ipotizzare la corsa all'uscita dal lavoro per quanti magari avevano deciso di lavorare fino a dicembre 2020 per poi lasciare il lavoro l'anno successivo, potrebbe rivelarsi più di una semplice ipotesi. Nel 2020 si potrebbero così avere autentici esodi, autentiche fughe dai posti di lavoro che, specie nelle Pubbliche Amministrazioni sarebbero difficilmente tamponabili viste le lungaggini burocratiche dei concorsi pubblici.

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