Alberto Brambilla torna a parlare di riforma previdenziale e di cosa occorre fare dal 2022, quando quota 100 cesserà di esistere. Lo fa tramite un articolo pubblicato sul quotidiano Il Corriere della Sera del 9 gennaio. Il presidente di Itinerari Previdenziali, oltre a rimarcare alcune della problematiche del sistema, che andrebbero corrette, si spinge a proporre alcune soluzioni da attuare nel medio lungo periodo. Tre nuove proposte da parte di Brambilla, qualcuna di prospettiva, perché il noto esperto previdenziale fissa l'asticella al 2036, quando inizieranno i pensionamenti dei cosiddetti contributivi puri, cioè i lavoratori che hanno iniziato a lavorare dal 1° gennaio 1996.

Su questi soggetti Brambilla propone una integrazione al minimo allargata. Non mancano proposte su precoci, donne e sulla flessibilità del sistema che anche per il Presidente di Itinerari Previdenziali è fattore necessario per una corretta riforma del sistema previdenziale.

I problemi del post quota 100

Quota 100 non andrà oltre il 31 dicembre 2021. Un dato di fatto che quotidianamente viene confermato da esponenti di governo. L'ultimo è stato il Sottosegretario del Mef, Pier Paolo Baretta, che ha sottolineato come da parte dell'esecutivo Conte bis non ci sia l'intenzione di proseguire con la quota 100 oltre la sua naturale scadenza del 31 dicembre 2021.

Senza quota 100, dal 2022, si tornerà alla rigidità della riforma Fornero, a meno che non si intervenga a creare nuove misure che consentano di superare quelle rigide soglie di accesso che varò il governo che era presieduto da Mario Monti. Secondo Brambilla, chi avrà la sfortuna di arrivare a 62 anni di età o a 38 di contributi (le soglie di quota 100) nel 2022, sarà soggetto ad uno scalone di 5 anni e 3 mesi.

Questi lavoratori "sfortunati" dovranno attendere l'età pensionabile per la pensione di vecchiaia a 67 anni e 3 mesi.

In alternativa potranno ricorrere alle Pensioni anticipate con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. In questo caso uno scalone di qualche mese meno pesante, ma fino al 2026. Infatti anche sulle pensioni anticipate, dal 2026 tornerà l'adeguamento dei requisiti alle aspettative di vita e secondo il trend attuale si salirà a 43 anni e 6 mesi di contribuzione (per le donne sempre un anno in meno).

Stop aspettativa di vita

Proprio il collegamento delle pensioni alla stima di vita degli italiani è uno dei punti cardine delle proposte di Brambilla. Il meccanismo andrebbe fermato, perché collegare i requisiti per andare in pensione all'aspettativa di vita, è un "unicum" italiano. Nessun altro Paese industrializzato ha questo sistema. Per Brambilla è un meccanismo sbagliato, perché in pochi anni si arriverebbe a portare l'anzianità contributiva utile per le pensioni distaccate da limiti di età a 45 anni. E sarebbe potenzialmente incostituzionale e non equo.

Basti pensare che in questo modo si consentirebbe l'accesso alle pensioni a soggetti con 67 anni di età e con 20 di contributi, mentre a chi ha iniziato a lavorare a 17 anni verrebbe chiesto più del doppio degli anni di lavoro.

Ecco perché occorre porre un freno a questo meccanismo, bloccando l'età utile alle vecchie pensioni di anzianità, a 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne.

Inoltre, sempre per le pensioni anticipate senza limiti anagrafici, si dovrebbe ripartire da quanto previsto dalla riforma Dini, cioè sconti per le lavoratrici madri e per i lavoratori precoci. Per le donne, si potrebbe partire da uno sconto contributivo di 8 mesi per figlio avuto, fino ad un massimo di tre. Si otterrebbe un abbuono di 2 anni che farebbe scendere il requisito contributivo per queste lavoratrici a 39 anni e 10 mesi.

Per i precoci invece uno sconto di 3 mesi per ogni anno di contribuzione antecedente i 20 anni di età.

La flessibilità in uscita a 64 anni

Secondo Brambilla, quota 41 sarebbe una soluzione più favorevole per i lavoratori, ma andrebbe a compromettere la stabilità e la sostenibilità del sistema. Anche misure che prevedano una quota di uscita inferiore a 100 minerebbero il sistema. Inoltre, scaricare sui conti pubblici tutte le problematiche di soggetti disagiati dal punto di vista della salute (ma non invalidi), della famiglia o del lavoro, è dannoso. In pratica, Brambilla contesta il meccanismo dell'Ape sociale che qualcuno vorrebbe estendere, a partire da una nuova rimodulazione dei lavori gravosi (come fa il Presidente dell'Inps Tridico).

Non sarebbe giusto per Brambilla concedere l'accesso anticipato alla pensione, o prevedere uscite differenti, a tutti coloro che hanno problemi più o meno seri. Piuttosto occorrerebbe una flessibilità identica per tutti, a partire dai 64 anni di età e con 37 o 38 anni di contributi, dei quali al massimo 2 o 3 anni potrebbero essere figurativi. In pratica, ci sarebbe una sorta di quota 101 o 102. Questo è fattibile perché con il sistema contributivo che dal 2036 diventerà l'unico sistema utile di calcolo delle pensioni, lavorare per più anni significa percepire una pensione più alta e viceversa se si lavora per meno anni.

SI potrebbe inserire una norma che consenta, previo accordo tra datore di lavoro e lavoratore, la permanenza al lavoro fino a 71 anni. Chi è nelle condizioni di poter ancora lavorare, potrebbe optare per restare in servizio, per poter percepire una pensione più alta. In questo senso, Brambilla propone anche di inserire un superbonus contributivo per ogni anno di lavoro successivo ai 67 anni di età.

Integrazione al minimo e fondi esubero

Sempre nell'indirizzo della flessibilità, per Brambilla occorre inserire una specie di quota 97 o quota 98. Si tratterebbe di una pensione anticipata fino a 5 anni rispetto ai 67 anni di età previsti dalla Fornero.

Servirebbero almeno 35 o 36 anni di contribuzione con una uscita già a 62 anni, ma con pensione a carico di datore di lavoro e lavoratore. Lo strumento è quello del fondo esuberi che per esempio ha giovato al settore assicurativo e bancario. Lavoratori e datore di lavoro, versando lo 0,33% dello stipendio lordo, finanzierebbero questo fondo a cui attingere nel momento in cui si concede il prepensionamento fino a 5 anni prima.

Per i giovani invece, occorre reintrodurre l'integrazione al minimo anche per i contributivi puri. Oggi la pensione di vecchiaia anticipata si centra con 64 anni di età, ma solo con assegno previdenziale di almeno 1.300 euro.

Un miraggio per chi è alle prese con lavori precari, disoccupazione e discontinuità di assunzione. L'integrazione al minimo anche a lavoratori che hanno solo contributi nel sistema contributivo potrebbe essere finanziata già da prossimo anno. Si tratterebbe di aprire un fondo per le pensioni contributive, in modo tale da dare pensioni degne a questi lavoratori in futuro. Il sistema contributivo infatti rischia di penalizzarli fortemente. Già dal 2020, il 95% dei potenziali pensionati, avranno il 70% della loro pensione calcolata con il sistema contributivo. Dal 2036 invece, inizieranno i pensionamenti dei contributivi puri, con pensione calcolata interamente con questo penalizzante sistema.

Una soluzione che rende, secondo Brambilla, più equo il sistema. La legge Fornero, in effetti, ha causato una spaccatura in due platee di tutti i lavoratori. Ci sono quelli che Brambilla chiama "i protetti", cioè coloro che hanno diritto al calcolo della pensione con il sistema retributivo o misto e che hanno diritto all'integrazione al minimo se la loro pensione è troppo bassa. E poi ci sono i contributivi puri, la cui pensione è legata all'importo della stessa. Soggetti che possono uscire a 64 anni solo con una pensione pari a 2,8 volte l'assegno sociale, o in alternativa, aspettare i 71 anni per la loro pensione di vecchiaia.

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