Iniziano a delinearsi le linee guida per la riforma previdenziale che il governo dovrebbe varare entro la fine dell'anno. Anzi, il tempo a disposizione è drasticamente ridotto, perché sarà nella nota di aggiornamento del Def che l'esecutivo dovrà definire l'intervento sulla previdenza. Per aprile il governo dovrebbe già mettere nero su bianco il Documento di Economia e Finanza, tramite cui si capirà cosa ha intenzione di fare l'esecutivo in materia previdenziale. Nell'incontro di martedì 11 febbraio, governo e sindacati parleranno di flessibilità in uscita, con i sindacati che continuano a chiedere quota 41 per tutti e la pensione flessibile a 62 anni con 20 di contributi.

Il governo dal canto suo, sembra intenzionato a riformare il sistema, ma non spendendo più di quanto messo in cantiere per quota 100, che costa 28 miliardi di euro in 10 anni.

Oggi 10 febbraio sul quotidiano "Repubblica" è uscito un eloquente articolo relativo ad una nuova proposta che sta prendendo campo in seno alla maggioranza di governo, che sarebbe molto più favorevole ai pensionati rispetto alla pensione anticipata con ricalcolo contributivo ipotizzata da ambienti vicini all'esecutivo. Anziché obbligare i pensionati a subire un pesante ricalcolo del loro assegno, si potrebbe optare per una penalizzazione crescente in base agli anni di anticipo, che non dovrebbe superare il 6%.

Il calcolo contributivo produce gravi perdite di assegno per i pensionati

Con il ricalcolo contributivo delle Pensioni, uscire dal lavoro prima produrrebbe per i pensionati una perdita di assegno pari ad 1/3 della pensione lorda. Un vero e proprio salasso che in base alla vita media degli italiani (stima di vita a 82 anni circa), produrrebbe una perdita compresa tra 50.000 ed 80.000 euro a pensionato.

Inoltre, questo ricalcolo della pensione, basato esclusivamente sui contributi versati, produrrebbe assegni talmente bassi da mettere in scena un autentico paradosso. Un pensionato con 36 anni di contributi versati finirebbe con il percepire una pensione più bassa di quella erogata con la pensione di cittadinanza, cioè sotto i 780 euro al mese.

L'impopolarità di un provvedimento di questo tipo, che a fronte di qualche anno di anticipo in termini di pensionamento taglia le pensioni anche del 30%, spinge il governo a virare su ipotesi diverse.

Il Sottosegretario all'Economia Pierpaolo Baretta su Repubblica ha affermato che si potrebbe virare verso una linea simile a quella a suo tempo proposta dall'ex Ministro Cesare Damiano, cioè una pensione anticipata con penalità del 2% ogni anno di anticipo. Se fosse così, al posto del taglio del 30%, una uscita a 64 anni di età, con 36 di contributi, produrrebbe una penalizzazione totale del 6%.

I sindacati contro il ricalcolo contributivo delle pensioni

La Fondazione Di Vittorio del sindacato Cgil ha presentato una stima del salasso che i pensionati potrebbero avere da un ricalcolo contributivo della pensione, a maggior ragione se si tratta di lavoratori con anzianità antecedente il 1996, che avrebbero diritto al ricalcolo misto.

Una tesi questa che avvalora la contrarietà di tutte le sigle sindacali a penalizzare i pensionati in questo modo. Dallo studio dell'Osservatorio della Fondazione si evince che un metalmeccanico con retribuzione da 23.000 euro, con una carriera retributiva piuttosto stabile, arriverebbe a ricevere una pensione di 732 euro al mese utilizzando solo il ricalcolo contributivo e dopo aver lavorato per 36 anni. In pratica, se si calcola l'aspettativa di vita, dai 64 anni di età in cui lascia il lavoro, agli 82 anni di vita (la vita media), perderebbe oltre 50.000 euro di pensione.

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