Ho fatto un sogno, meglio catalogabile tra i meandri dellastoria. La mia mente vagava negli anni e si è fermata al 1980. Agosto 1980. Ilcalendario appeso di fronte al letto segnava i giorni, i mesi di quell'anno.Ero felice, di lì a poco avrei rivisto mia figlia, un diretto Basilea-Bolognaera previsto in arrivo per le 12.

Dopo aver fatto la barba e la doccia erouscito di casa: comprare il giornale era un piacevole istinto naturale, findall'adolescenza. Erano le 10:17. Avevo percorso i pochi metri che miseparavano dal giornalaio con fatica, l'aria quel giorno era secca,umida,toglieva il respiro.

"Gianni, è rimasta Repubblica?", quel giornaleera uscito da pochi anni, ma già mi ci ero affezionato.

L'edicolante cercaval'ultimo numero rimasto, ma all'improvviso udimmo uno scoppio, pensammo ad unforte scontro, ad un incidente. Vedemmo del fumo e il cielo azzurro colorarsidi grigio, come certe giornate di primavera. Pochi istanti e sentimmo grida,urla, sirene.

Mi allontanai senza neanche prendere il giornale. Seguivo il fumocome un viandante. Vidi il disastro. La stazione in fiamme e la desolazione,macerie per terra, corpi e un autobus fermo. La mia mente vagava senza sosta.L'autobus 37 fu adibito a carro funebre, caricava i morti, destinazione obitorio.Si pensò ad un'esplosione agli impianti della stazione, ad un treno vecchio, aduna caldaia.

Ricordo con commozione il corpo di quella studentessa per terra,in mano stretto il manuale di diritto penale, in tasca un biglietto per Lecceed il libretto universitario, l'ultimo esame era datato 31 luglio, DirittoPenale, un trenta sudato, desiderato. Ora giaceva lì, senza vita. La immaginaimentre nei giorni passati era alle prese con principi e discipline di reati. Laimmaginai felice per quel trenta. Vidi la paura avvolgere Bologna, come un telotroppo corto.

I primi passi giudiziari rivelarono che nessuna caldaia eraesplosa, ma che un ordigno era stato posizionato volontariamente. Pensai a miafiglia in corsa verso quella stazione. Pensai al destino e alle coincidenze. Seavesse preso il treno di qualche ora prima!

Un brivido mi scosse l'anima. Lamia mente vagava negli anni e il dolore la appesantiva. Si riconobbero qualicolpevoli tre appartenenti al terrorismo nero.

La mia mente vaga e rispolverale sentenze di condanna, due condanne all'ergastolo e una condanna a trentaanni. La mia mente non si fida e va a fondo. Il dubbio analizza i fatti e leparole di quei giorni, ma il segreto e il potere celano la verità. Penso aimorti, 85, ai morti rimasti in vita, ai parenti, ai familiari, agli amici.Penso alle speranze e ai sogni morti quel giorno. Alle giovani vite distruttedall'ideologia e da interessi sottesi. Un rumore incessante mi sveglia.

L'odoredel caffè del bar sotto casa mi penetra come fiori di pesco.

Scendo e vedo unbus parcheggiato nel piazzale, vedo l'orologio che segna le 10.25, poi entronel bar. Ordino il mio caffè e mi volto, ad un tavolino, seduti, se ne stanno icolpevoli. Come sfidare la dignità umana. Sconvolto esco dal bar. Mi informo.

Leggo l'articolo 27 comma 3 della Costituzione "le pene devono tendere allarieducazione del condannato" e dunque alla risocializzazione. Mi trovod'accordo, ma bisogna operare un distinguo. E' possibile che anche per unastrage possa essere valido? Come è possibile che anche chi è condannato a piùergastoli possa godere dei benefici previsti nel codice? Come è possibilecalpestare la vita in questo modo? La mia mente pensa ai segreti di stato e ildubbio aleggia, permane.

Bologna derisa in nome di logiche di potere.

Ildiritto è malleabile e io sono solo un umile artigiano della parola. Noncapisco. Penso a quella studentessa morta credendo nel diritto e nellagiustizia. Penso a questa giustizia in cui la dignità e la vita non trovano ilgiusto posto sulla bilancia. Rivedo il cielo di quel sabato d'agosto, quellibro per terra fermo sulla parola strage. Entro in stazione e mi fermo davantialla lapide posta nella sala d'attesa di seconda classe, leggo "Vittimedel terrorismo fascista" e in testa ritornano le parole di quel Capo diStato "non capisco perchè ci sia la parola fascista".

Penso e con unpennarello vorrei scrivere un altro aggettivo, acanto a quello già presente.

Sefosse ancora in vita, a quel Presidente gli chiederei "Se non sono stati ifascisti, chi è stato?". Certe domande non hanno risposta, non conosconoverità. Servono solo a fomentare la rabbia di chi quel giorno ha perso unfiglio, una madre, un padre, un parente. Servono solo a fomentare ladesolazione di chi quel giorno ha perso la vita ed un sogno da coltivare.