Sono persone normali Carlo Lissi e Massimo Giuseppe Bossetti. Bravi ragazzi, persone insospettabili. Molto religiosi, frequentavano la parrocchia. È questo il dato comune ai protagonisti dei due casi di cronaca nera che da ieri riempiono le pagine dei giornali e le news dei Tg. Perfino la brava Federica Sciarelli, nel corso dello speciale di Chi l'ha visto? su Yara Gambirasio andato in onda ieri sera, si è lasciata sfuggire un'ovvietà: "Pensate, è un marito, un padre di famiglia!". Come se non fossimo ancora abituati all'idea che 'il mostro', 'il male', veste i panni scontati della cosiddetta 'normalità'.

Eppure dovremmo ormai avere capito che, nove volte su dieci, questi delitti tremendi non vengono perpetrati dall'emarginato, dal 'matto', dall'immigrato disperato o da chi passava di lì per caso. Forse facciamo ancora fatica ad accettare l'idea che persone integrate nella società, con un lavoro magari anche qualificato (come nel caso di Carlo Lissi) e che abitano nella villetta arredata dall'architetto possano covare dentro di loro progetti così agghiaccianti.

Le tristi cronache quotidiane ci suggeriscono, invece, quanto sia necessario accettare la realtà sconvolgente che un uomo 'normale' possa sterminare la famiglia per un evento scatenante banalissimo come l'infatuazione per un'altra donna e pensare di 'liberarsi' della famiglia per 'cancellare' una situazione che, evidentemente, gli andava stretta.

Come se la vita fosse un videogioco e, in caso di errore, si potesse ripartire da zero resettando tutto, specialmente i sentimenti.

E qui viene da chiedersi se un individuo tale sia davvero capace di sentimenti, perché se è vero che l'amore per una moglie può finire (e in questo caso c'è la possibilità del divorzio), non si concepisce come un padre possa lucidamente uccidere i suoi figli, farsi la doccia ed andare a vedere la partita con gli amici, per poi giocare goffamente la carta della rapina finita male.

C'è lucidità in tutto questo, non follia.

Come c'è lucidità nel vivere tranquillamente per quattro anni dopo aver ucciso una ragazzina di tredici anni: si va al lavoro, si va a messa, si va in vacanza, si postano le foto di famiglia su Facebook. E la notte si dorme bene, senza incubi o pensieri (se non quello di pagare la rata del mutuo).

Viene da pensare che la 'malattia' che sta sgretolando tante famiglie e che sempre più spesso scatena episodi di cosiddetto 'femminicidio' si possa individuare nella difficoltà di gestire le proprie emozioni, nella mancanza di senso di responsabilità e di colpa, nell'assenza di sentimenti. In quella malattia chiamata narcisismo e che crea un abisso tra quello che si fa credere di essere e quello che realmente si è. L'immagine e la sostanza non corrispondono, ma nessuno se ne accorge perché si è talmente bravi a recitare la parte dei 'bravi ragazzi ' che, qualche volta, ci si convince anche di esserlo. Salvo quando Mister Hyde non prende il sopravvento sul Dottor Jekyll.

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