La credibilità di una nazione si misura non soltanto sulla stabilità economica, ma anche su quanto sia effettivamente indipendente l'espressione del proprio popolo. La pratica della censura mediatica è da sempre il fiore all'occhiello delle dittature, ma evidentemente lo strumento è drammaticamente usato, nonostante le apparenze, anche in tempi di simil-democrazia.

I dati raccolti recentemente dai "reporters sans frontieres" (rsf) fanno il paio con le rilevazioni avvenute nel 2015, riferite come di consueto all'anno precedente, e testimoniano, senza sé e senza ma, l'ecatombe italica in fatto di libertà di stampa.

Proprio dall'insediamento del governo di Renzi, avvenuto il 17 febbraio 2014 in seguito alla sua nomina da parte dell'ex presidente Giorgio Napolitano, l'Italia ha visto scivolare drasticamente il suo punteggio di 24 posizioni in quell'anno e di altri 4 gradini l'anno successivo, attestandosi al 77esimo posto nel mondo nella speciale graduatoria. Neanche sotto il governo Berlusconi si era arrivati a tanto.Le relazioni dei rilevatori sono impietose e ravvisano riguardo al nostro paese "129 cause per diffamazione ingiustificate partite da esponenti politici contro i giornalisti" nonché "un enorme quantitativo di minacce fisiche e verbali verso chi indaga su corruzione e associazioni mafiose".

Se si rivolge lo sguardo alle tv, con i dati percentuali di presenza nelle reti televisive alla mano, poi, si scende addirittura nel ridicolo.

Il partito democratico occupa il 65% di visibilità sul Tg1 del direttore Orfeo, accusato ultimamente dal M5S proprio di subordinazione al Pd, soprattutto in seguito al famigerato scontro in diretta dal salotto di Bruno Vespa con la pentastellata Barbara Lezzi. La caduta del presidente del consiglio è inarrestabile su tutti i fronti, da quello elettorale, tra amministrative e sondaggi di gradimento, a quello mediatico, tanto caro allo stesso Matteo.

Non bastano più i tweet di propaganda per salvare l'immagine pubblica di un uomo sempre più solo al potere che sta crollando come un castello di carta. Quella stessa carta di giornale sempre più imbavagliata, presto o tardi, dovrà legittimamente tornare alla realtà. Senza il twittatore fiorentino, ovviamente.

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