Le reazioni all’elezione di Trump sono arrivate prontamente: la stampa mondiale pubblica oggi prime pagine sgomente, «El País» afferma «Gli Stati Uniti cadono nelle mani del populismo aggressivo di Trump», «Le Monde» diffonde un editoriale intitolato «Ha vinto la rabbia». Negli USA dalla tarda serata si sono mobilitate schiere di manifestanti, con slogan come «Not my President», «Hey Hey Ho Ho Donald Trump has to go» e «Love Trumps Hate».

Le proteste proseguono sui social network, con hashtag a tema. In questa caotica situazione, troppi articoli di cronaca e troppi pochi editoriali che commentano lucidamente quanto sta avvenendo. Il mondo del web è assaltato dall’odio e dal politically incorrect, quasi Trump avesse già contagiato tutti: dalla critica verso chi si improvvisa esperto politicante per sputare veleno sui vincitori a chi salta sul carro dei vincitori per colpire il Sistema, passando per coloro che non perdono occasione per dire che tutto va male.

Il parere di Severgnini

Un tentativo di capire qualcosa lo sta facendo Beppe severgnini, penna del «Corriere della Sera», che da qualche giorno pubblica articoli sulle vicende americane; il motivo di tale interesse è per lui chiaro: «Ci sono giornate in cui la storia non lascia alternative: schierarsi o nascondersi». Ugualmente evidente gli appare un altro dato di fatto: «nessuno, da sobrio, affiderebbe a un personaggio del genere la guida della prima potenza del mondo».

Perché allora il 45esimo presidente degli USA è Donald Trump? La scelta degli elettori appare un controsenso: la Clinton è stata sotto inchiesta per emailgate, ma Trump ha incitato l’odio razziale, proponendo di chiudere le frontiere a etnie e religioni intere, si è dichiarato favorevole alle armi nucleare, ha affermato che il riscaldamento globale è un complotto cinese, si è vantato di essere un predatore sessuale e di non pagare le tasse.

Per Severgnini l’America si è spaccata in due, una parte chiusa e delusa, che si riconosce nel repubblicano, un’altra più aperta alla speranza e ancora disposta a inseguire il sogno americano con la democratica. Quale giustificazione trovare, invece, ai Trumpisti del resto del mondo? Una prima risposta potrebbe essere la tendenza a dare per scontato beni ormai acquisiti che, tuttavia, tanto scontati non sono: «qualsiasi lusso, dopo un po’, diventa una noia.

La democrazia […] viene data per scontata. […]La frustrazione davanti all’aggrovigliarsi dei problemi del mondo ha bisogno di un veicolo. Trump, da questo punto di vista, è perfetto. Garantisce una corsa eccitante. Peccato che rischiamo di uscire di strada alla prima curva. Tutti insieme». Dall’idea che i diritti – e doveri – di oggi ci saranno anche domani, da una libertà intesa come possibilità di fare ciò che si vuole, dalla rivendicazione deresponsabilizzata del «la mia opinione, in quanto tale, ha comunque valore», può nascere solo una coscienza che cerca di dar voce alle proprie insoddisfazioni, non pensando agli effetti a lungo termine.

È l’avvento del suddetto populismo aggressivo, la vittoria della via più breve, perché è più facile attaccare l’altro e togliergli ogni dignità, piuttosto che riconoscerne il valore e trovare un terreno comune su cui costruire. Il grillino, il sostenitore della Brexit, il Trumpista, sono persone deluse che si sentono autorizzate a distruggere quanto è stato fatto in anni, secoli di lavoro.

Trump, un presidente grottesco

Conclude Severgnini: «Donald Trump sarebbe un terribile presidente […]. Il Trumpista lo sa; e, se non lo sa, lo sospetta. Ma il gusto dispettoso di sostenere un candidato grottesco prevale sul buon senso, “Se l’establishment lo detesta”, (s)ragiona il tifoso italiano, “qualcosa di buono Trump deve averlo”. […] Il Trumpista, tutto questo, lo sa. Ma le sue avversioni sono più forti della sua prudenza. Speriamo non debba pentirsi di ciò che ha desiderato: perché sarebbe tardi». A poche ore dai voti, si è aperta ufficialmente la caccia agli elettori del tycoon.

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