A distanza di 20 anni Chuck Palahniuk si è cimentato nella sfida che ha forse rappresentato lo scoglio maggiore nella sua carriera di scrittore: il sequel del romanzo Fight Club. Come era prevedibile l’autore non si è lasciato condizionare dai canoni letterari e dalle convenzioni artistiche. Con l’aiuto dell’illustratore Cameron Stewart e del colorista Dave Stewart, Palahniuk ha realizzato un degno seguito a fumetti che al pari del romanzo suo predecessore sconvolge il lettore pagina dopo pagina, vignetta dopo vignetta.

Così come per il primo libro, la pubblicazione di un’opera del genere ha rappresentato un rischio che se nel 1995 era solamente economico ora ha riguardato anche le aspettative di tutti coloro che si sono lasciati trascinare nel mondo fuori controllo di Tyler Durden.

Le aspettative non sono state deluse e rimettere le mani sull’universo narrativo di Fight Club si è rivelato un esperimento riuscito.

La storia chiarisce (per modo di dire) molti aspetti sulla personalità di Tyler Durden, o meglio sulla costruzione del personaggio e del rapporto con Sebastian, ovvero il protagonista del primo libro. L’atmosfera iniziale è quasi tranquilla, o perlomeno lo è considerato che si parla pur sempre di Fight Club, ma non può durare, non per Sebastian e Marla Singer. Le ambizioni di Tyler non si sono mai spente ma sono state nutrite nell’ombra durante il periodo intercorso tra Fight Club e il suo sequel, fin quando il signor Durden non decide che è arrivato il momento di uscire dall’oscurità.

La graphic novel è del tutto disturbante, come è giusto che sia per un’opera del genere. D’altronde né il romanzo né il film sono stati da meno in passato. Nonostante la portata della violenza e dell’elemento traumatizzante nelle opere precedenti è possibile che gli appassionati di Fight Club ci si siano abituati. Sebbene il fumetto sia estremamente schietto e incisivo, caratteristiche fondamentali dell’autore, la sfida più grossa consisteva nell’evitare di offrire ai lettori qualcosa di ‘già visto’ o non così innovativo.

D’altra parte il termine di paragone non è certamente poco impegnativo sotto questo punto di vista, soprattutto perché il confronto avviene dopo un ventennio durante il quale il pubblico è stato desensibilizzato.

Gli autori non si sono avvalsi solo dello sviluppo della storia per dar vita a un’opera innovativa, ma ad una serie di elementi visivi e non che ci fanno rendere conto di non trovarci di fronte a un fumetto come un altro, ma ad una graphic novel che porta sulle spalle il peso del primo FIght Club, letterario e cinematografico.

Come se non bastassero le pillole o i petali disegnati come se fossero appoggiati sulle pagine e che impediscono di leggere l’ipotetico testo sottostante, Palahniuk stesso si è immerso nella storia, generando una sottotrama che riguarda il processo creativo che ha portato non solo alla realizzazione di Fight Club 2, ma anche al destino di Tyler Durden, ormai legato a quello dell’autore. Per concludere si può dire che anche stavolta la Bao Publishing non si è lasciata scappare l’occasione di confermarsi una casa editrice innovativa e all’avanguardia nel panorama fumettistico italiano.

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