Morto Pasquale Squitieri. Muore oggi a Roma un regista da troppo tempo ricordato più per l'imbarazzante carriera politica pigliatutto, che per il suo cinema. Con lui tutto è sempre stato un po' ambiguo, e ciò non è sempre un demerito. Che fosse un genio è difficile stabilirlo, così come risulterebbe impossibile portare pubblico e critica ad una visione condivisa della sua opera. La domanda che quasi tutti coloro che ne hanno sentito parlare si sono posti, dovrebbe essere: per quale ragione Claudia Cardinale si è innamorata di lui?

Squitieri era da tempo legato alla cantante Ottavia Fusco, ma Claudia Cardinale rimase legata a lui per tutta la sua vita artistica.

E, per quanto doloroso sia ammetterlo - e in controtendenza rispetto all'abitudine squisitamente italiana di santificare i morti -, lei fu la ragione per la quale Squitieri non venne sepolto dall'ingiuria del tempo. Difficile scrollarsi di dosso relazioni tanto invadenti e celebrate.

Claudia Cardinale

Claudia Cardinale recitò nel ruolo di Claretta Petacci nel film del 1984 al fianco di Guliano Gemma, sette anni dopo aver recitato ne Il prefetto di ferro, la pellicola più celebre di Squitieri.

Squitieri, come molti equivoci e geniali registi italiani delle seconda generazione post-neorealismo, iniziò con pellicole scadenti armati di titoli a effetto che avrebbero mandato in giubilo Tarantino, come Django contro Satana (1971) e La vendetta è un piatto che va servito freddo (1971). E pensare che prima di cimentarsi nello spaghetti western di terz'ordine alla Castellari in stile ammazzali tutti e torna solo - per citarne solo uno -, si presentò con un'opera prima prodotta da Vittorio de Sica, un dramma ad ambientazione meridionale che riscosse un certo consenso di critica.

Parecchi anni dopo, con la pellicola Li chiamarono...briganti (1999), incentrata sulla figura del brigante lucano Carmine Crocco, l'intellighenzia lo tacciò di revisionismo, marcando eccessivamente sulla non comprovata brutalità nel Regio Esercito nel soffocare la questione meridionale post-unitaria. Certo è che i sabaudi non fecero molto per informare gli inconsapevoli e riluttanti sudditi dei Savoia del discorso nazionale che andava creandosi, ma questa è un'altra storia.

Certo è che la storia di Squitieri tutti i torti storici non li aveva, e senza dubbio aveva avuto il merito di buttare sale su una piaga ormai quasi del tutto rimossa. E questa indelicata caratteristica dell'arte è certamente un suo punto di forza.

Il cinema di Squitieri era un non-cinema, non catalogabile e non ascrivibile in nessun genere dottrinalmente condiviso dalla critica. In un periodo in cui qualunque cosa doveva possedere un colore, una bandiera e uno statuto, Squitieri girava opere filmiche ambigue che indispettivano la destra e la sinistra in egual misura.

E non è un caso che la sua dissesta carriera politica sia stata una delle più liquide ed eterogenee mai viste al telegiornale - oltre ad essere stato uno dei pochissimi senatori a cui è stato revocato il vitalizio aveva un certo je ne sais quoi di cinema dei telefoni bianchi. Si tratta di un'etichetta attribuita al cinema del ventennio, prevalentemente composto da commedie in cui mogli trascurate tentavano il modo di riconquistare i mariti.

Il nome veniva dai telefoni color avorio utilizzati per le riprese, simboleggianti uno status sociale abbiente ben distinto dalla maggioranza dei telefoni neri in bakelite presenti della gente qualsiasi. Pasquale Squitieri voleva essere ricordato per aver fatto qualcosa di buono: ai posteri l'ardua sentenza.

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