La Telecom diventa francese, e così gli italiani perdono un altro dei loro gioielli. Nel corso degli anni l'azienda ha attraversato momenti di alterna fortuna. Qualche anno fa, ad esempio, si chiamava SIP ed era una società parastatale che garantiva lavoro a migliaia di persone, rappresentando al contempo l'unico fornitore per i clienti. A poco a poco però è diventata privata, vedendo scemare anche il monopolio della telefonia in Italia.

Le origini della Telecom affondano le radici in tempi assai remoti, ma non sempre è stata una società a livello nazionale. Infatti agli albori della telefonia italiana, nel 1925, con la riorganizzazione del sistema telefonico nazionale voluto dal governo Mussolini, l’Italia telefonica era divisa in cinque zone, con società di gestione diverse, che erano la STIPEL per Piemonte e Lombardia; la TIMO per l’Italia centrale adriatica; la TELVE per il Triveneto e la SET per l'Italia meridionale.

Nel 1964 le cinque società si fusero in una sola, diventando SIP

Nello stesso anno la STET, che era la finanziaria telefonica che faceva parte del gruppo IRI, ampliò il suo campo di interessi anche verso lo spazio. Nel 1994, le società SIP, Iritel, Telespazio, Italcable e SIRM - tutte di proprietà IRI - si fusero e diedero vita, nel 1995, a TIM, società controllata per il 63% sempre da STET.

Durante il governo Prodi, nel 1997, iniziò la prima privatizzazione, smembrando di fatto l'azionarato e assegnando il controllo della Telecom alla cordata che aveva come capofila, con il 6,62%, la famiglia Agnelli.

Da questa operazione il governo incassò 26.000 miliardi di lire. Nel 1999 l'Olivetti di Colaninno lanciò un'offerta pubblica di acquisto, e la Telecom passò di mano tra operazioni fumose e prestiti di banche. Infatti la Tecnost (controllata da Olivetti) ricevette un finanziamento di 61.000 miliardi direttamente dalle banche, necessari per acquisire il controllo dell'azienda telefonica.

Ovviamente, con tutti i debiti acquisiti, la società andò incontro a difficoltà crescenti, e nel 2001 passò a Tronchetti Provera e Benetton, e i debiti fino ad allora accumulati dalla Telecom, nel 2003 aumentarono da circa 18.120 miliardi del 2002 a circa 33.350 miliardi.

E proprio da quel momento si cominciò a vendere (o a svendere), patrimonio immobiliare e partecipate estere, andando avanti su questa strada fino al 2014, quando è entrato in scena l'imprenditore francese Bolloré con la sua Vivendi.

Nel 2016, il gruppo transalpino è diventato azionista di maggioranza della Telecom e, in questi giorni, è giunta notizia che la società parigina ha assunta la proprietà della compagnia telefonica che ha segnato la storia delle comunicazioni italiane e mondiali.

L'ultimo pezzo di italianità che connotava l'azienda era la direzione di Cattaneo, messo alla porta con una liquidazione faraonica.

E in tutto questo il governo italiano che fa? Nulla! Come gli struzzi ha infilato la testa sotto la sabbia, facendo finta di non vedere i rischi che il nostro paese e la sua economia corrono in questa corsa forsennata verso la distruzione del tessuto imprenditoriale italiano.

E - caso strano ma non troppo - tutte queste cessioni a favore di speculatori stranieri avvengono sempre quando vi è una maggioranza di centrosinistra. Come mai?

Con il controllo delle telecomunicazioni nelle mani dei francesi, chi ci dice che non vengano impediti gli sviluppi della nostra rete a favore della Germania e della Francia?

Il presidente francese, quando la Fincantieri ha manifestato la volontà di entrare nella STX France, non ha perso tempo e ha nazionalizzato la società, contravvenendo bellamente alle regole europee che non permettono gli aiuti di Stato alle aziende. I nostri governanti, invece, si sono guardati bene dal tutelare le nostre eccellenze, anzi pare si stiano dando molto da fare affinché queste possano sparire al più presto dal panorama italiano, favorendo la cessione a chiunque, purché parli straniero.

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