48 ore: è questo il tempo che ha impiegato, infine, Sergio Mattarella per decidere di affidare l'incarico di premier alla figura indicata da Matteo Salvini e da Luigi Di Maio, ossia Giuseppe Conte, una “pausa di riflessione”, questa del capo dello Stato, più lunga delle 24 ore inizialmente previste, e che ha condotto, infine, alla decisione per il “male minore”.

Un premier “formale”?

La condizione di possibilità delle scelte è la libertà. Ma la libertà implica necessariamente la responsabilità per le decisioni prese.

Ciò lo sa molto bene il presidente della Repubblica, che ieri sera ha infine optato di affidare il mandato di presidente del Consiglio a Conte, il quale, secondo la prassi politico/istituzionale, ha accettato “con riserva”, iniziando a sua volta, da oggi, con le consultazioni delle varie forze parlamentari. Ma, diversamente stavolta dalla prassi politico/istituzionale, il programma di governo che ieri Conte menzionava davanti ai giornalisti appostati fuori dalla Sala della Vetrata al Quirinale non sarà davvero scritto di “suo pugno”, ma redatto secondo le indicazioni degli sherpa di Salvini e Di Maio, tenendo ben saldi i contenuti del contratto per il “governo del cambiamento”.

Inoltre, ancora diversamente da ogni prassi politico/istituzionale pregressa, il neo-presidente del Consiglio sceglierà molto probabilmente una squadra di governo secondo le direttive dei leader leghista e pentastellato. Conte, insomma, rischia di essere soltanto una figura “formale”: i veri capi “sostanziali” del nuovo esecutivo saranno, è alquanto sicuro scommettervi sopra, Salvini e Di Maio.

La scelta del “male minore”

Si può comprendere perché il capo dello Stato abbia preso per sé 48 ore al fine di decidere attentamente sul da farsi. Aveva dinanzi, infatti, due scenari e doveva vagliarli attentamente affinché la sua scelta si rivelasse come la migliore possibile (date le condizioni di partenza) per il bene dell’Italia - anche se poi si è rivelata, di fatto, quella per il “male minore” -.

Quali erano questi scenari? 1) affidare la formazione dell'esecutivo a Conte, che nelle sue decisioni di governo del Paese è molto probabile che non sarà affatto autonomo, sicché i veri premier saranno in realtà il segretario federale leghista e il capo politico cinquestelle; 2) chiedere all’M5S e alla Lega di indicare il nome di un nuovo premier. Come si sa, Mattarella ha optato per il primo scenario. Ma la sua scelta è suscettibile di obiezioni: che cosa garantisce infatti che quello di Conte sarà un “buon governo”, che manterrà, come promesso ieri al Quirinale, i suoi impegni in Europa? Che cosa assicura che l’Italia riuscirà a non subire davvero i contraccolpi delle turbe dei mercati finanziari?

Solo gli intenti di Conte, solo l’accordo Lega-M5S. Le quali però sono formazioni politiche “sovraniste”, euroscettiche e populiste nella loro “essenza”. E se questa essenza, infine, si imponesse di nuovo nella “sostanza” di tali due compagini parlamentari? Se tornasse, fuor di metafora, ad orientare il loro agire politico e quindi l’agenda stessa dell’esecutivo? Non si può negare la natura, d’altro canto: essa prima o poi si impone, si ribella. Di nuovo, è da scommettere che, prima o poi, la natura più sovranista, euroscettica e populista penta-leghista “tornerà a galla” e che sancirà l’agire dell’esecutivo.

Ed è proprio per questo, per tale pericolo che molto probabilmente ha intravisto in agguato per il futuro, che la scelta opinata da Mattarella è particolarmente amara, la libertà che la rende possibile rivela addirittura la sua dimensione “abissale”: perché, con la sua decisione, il presidente della Repubblica ha sancito le sorti di un intero Paese, cercando di farne il bene, ma finendo per scegliere non ciò che è meglio, ma ciò che è meno peggio per esso - l’altra scelta che era possibile, ossia “rispedire al mittente” il nome del premier, infatti, sarebbe stata ancora più deleteria per l’Italia, avrebbe dilatato i confini temporali dello stallo politico, con tutti i contraccolpi finanziari che si possono immaginare.

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